Fumo, fiamme e paura Poi la pioggia liberatrice

5 Agosto 2020

Ore cariche di tensione tra i cittadini col fuoco sotto casa: a sera arriva il diluvio

L’AQUILA. Lo sguardo carico di dolore rivolto verso il bosco in preda alle fiamme. La stanchezza, dopo sei giorni di ansia, le nottate, la paura. Eppure, nessuno ha mai pensato di lasciare quelle case, con le finestre tappate per non far entrare il fumo.
Per i residenti di Pettino e Cansatessa l’angoscia iniziata venerdì scorso è finita solo verso le 19.30 di ieri sera, quando finalmente è arrivata la pioggia, salvifica. Molti sono usciti in strada, a piangere sotto il diluvio. Qualcuno ha ringraziato con le preghiere. Altri hanno lanciato un urlo liberatorio. La tensione delle ultime ore la raccontano direttamente loro. Salvino Corti è un professore in pensione, la sua bella villa è proprio sotto la pineta, nella parte alta di via Francia: «Per descrivere quello che ho provato in questi giorni infernali c’è una sola parola: terrore. Una grande preoccupazione, non tanto per me che sono anziano, ma per il timore di non lasciare ai miei figli e ai miei nipoti ciò che ho costruito in una vita». Per salvare la sua casa, il signor Salvino ha chiesto l’autorizzazione per far tagliare, a suo spese, gli alberi a ridosso dell’abitazione, troppo vicini al fronte del fuoco. E poi la rabbia: «C’è la mano dell’uomo dietro tutto questo? Credo di sì, non potrebbe essere altrimenti».
In via Francia abita anche Carlo Caponi, ex commerciante del centro storico, che si è attrezzato con il computer dentro il garage per seguire la situazione e ha sullo schermo la foto del primo pennacchio di fumo avvistato a Cansatessa, alle 13.57 del 31 luglio: «La guardo e la riguardo e mi chiedo se sia stato fatto abbastanza, per fermare queste fiamme che poi sono diventate indomabili. Le stesse fiamme che hanno accompagnato le nostre notti, alte e così vicine alle case. Ma non ho mai pensato di spostarmi altrove, mi sentivo comunque protetto dai soccorritori». Maurizio Pompili abita in questa zona da oltre 30 anni: «Guardare il bosco ridotto in queste condizioni è una grossa sofferenza. E fa ancora più male pensare che l’origine dell’incendio sia dolosa. Le notti le abbiamo trascorse con apprensione, la situazione appariva ingestibile, senza i mezzi a lanciare acqua. Andare via? No, sono rimasto a casa, sperando che tutto finisse bene».
Anche in via del Castelvecchio gli abitanti hanno ancora negli occhi le immagini della “notte terribile”, quella tra lunedì e martedì: «Le fiamme parevano così vicine», racconta Rita Ferroni, «e ci siamo ritrovati in tanti fuori casa, in questo parcheggio, con gli occhi rivolti in alto. Non si riusciva a respirare per il fumo, ma dentro era peggio, con la finestre chiuse e l’ansia che ti avvolge. Soffro per questa montagna, per i sentieri dove mio figlio si allenava, dove noi residenti facevamo le nostre passeggiate». Umberto De Angelis rivolge un pensiero «agli invisibili che stanno dentro il bosco, a tutti gli uomini, tra vigili del fuoco, esercito e Protezione civile, che hanno sfidato la furia delle fiamme per aiutarci». E ricorda che «questo è un tipo di bosco difficile da spegnere, resinoso e con un fitto sottobosco». Maurizio Sconci continua ad avere tanti dubbi: «Sono giorni che si tenta di spegnere il fuoco, con un dispiegamento di mezzi enorme. Eppure non ci si riesce. Altri incendi, anche più vasti, sono stati domati più velocemente. Poi mi chiedo perché sono stati tenuti fuori i volontari. Avevamo organizzato un gruppo di persone pronte a darsi da fare, ma abbiamo dovuto rinunciare. E poi vogliamo che si faccia luce sulle cause, che interessi nascondono».
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