Gli architetti: sul liceo nessun accanimento

L’Ordine replica a Zavarella: il ricorso al Consiglio di Stato non è una strumentalizzazione politica
SULMONA. «Abbiamo presentato ricorso al Consiglio di Stato, con il solo scopo di contrastare lo svilimento della professione e garantire la salvaguardia e la giusta applicazione dell’equo compenso». Arriva a stretto giro di posta la risposta degli architetti, attraverso il presidente dell'Ordine Edoardo Compagnone, sulla ristrutturazione del Liceo classico all’assessore Salvatore Zavarella che li aveva accusati di strumentalizzare la vicenda solo per motivi politici. «L’Ordine ha sempre svolto attività di alta sorveglianza degli appalti pubblici nell’intero territorio nazionale, senza distinzione, sollevando ogni eccezione meritevole di nota e contestandola all’ente interessato, rendendosi disponibile al confronto per meglio perseguire l’interesse pubblico. Talvolta, in assenza di dialogo con la stazione appaltante, come nel caso in questione, la strada giudiziaria è l’unica possibile per esercitare la giusta azione di tutela e sorveglianza che il ruolo richiede e che la legge attribuisce all’Ordine». Nel ribadire che non vi è alcun accanimento nei confronti del Comune, gli architetti evidenziano, attraverso il portavoce scrive il portavoce Antonio Bolinò, che «l’unico filo guida dell’Ordine è salvaguardare la professione e preservarla da ogni tentativo di svalutarne la dignità e svuotarla dalle sue prerogative». Sulla diatriba tra gli architetti e l’amministrazione comunale intervengono anche il Partito democratico e Sinistra Italiana chiamati in causa proprio da Zavarella. Secondo l’assessore, l’unico scopo del ricorso contro la scelta del Comune di perseguire la strada dell’appalto integrato per ristrutturare l’edificio «è quello di allungare i tempi dell’apertura del cantiere in modo che la giunta non possa rivendicare il successo ottenuto in campagna elettorale».
In un comunicato il Pd, insieme a Sinistra Italiana, afferma che «lungi dal tentativo di difendere un Ordine che ha già ristabilito la verità dei fatti, non vi è chi non colga nella circostanza la gravità della cosa, anche da un punto di vista politico. L’assessore dice che è inutile scomodare il Consiglio di Stato, dal momento che c’è stata una sentenza del Tar e che quindi i ricorrenti devono accontentarsi delle sue rassicurazioni. Il tutto ignorando la libertà di esercitare un diritto costituzionalmente protetto, proprio di una cultura giuridica che in questa parte del mondo civile si riteneva da tempo acquisita». (c.l.)
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