Goracci: l’inviato di guerra è un po’ come il medico

18 Luglio 2017

La giornalista di Rainews 24 racconta: i conflitti colpiscono i più deboli Le donne possono essere protagoniste della battaglia per il rispetto dei diritti

L'AQUILA. La voce inconfondibile al telefono è quella che senti tutti i giorni in tv nei reportage dal Medio Oriente insanguinato dalle guerre civili e dalla lotta allo Stato islamico. Lucia Goracci, l'inviata di Rainews 24 nei fronti più tremendi del pianeta, risponde dalla Maremma, il suo buen retiro, in cui si rifugia dopo le trasferte più dure che la vedono impegnata lontano da casa. Nata a Grosseto, Goracci a 9 anni ha letto “Niente e così sia”, il libro-diario di Oriana Fallaci: un'iniziazione al giornalismo avvenuta con il racconto dal Vietnam in cui Fallaci poneva degli interrogativi sulla guerra e sull'uomo. A fare da sottofondo alla chiacchierata per telefono c'è il gemito del nipotino di sei mesi: scene di vita quotidiana a poche ore dal suo ritorno dalla Siria. Prima di avviarsi per il nuovo incarico come corrispondente estera della Rai in Turchia, a settembre, la giornalista toscana cerca un ritorno alla normalità, dopo essersi lasciata alle spalle la liberazione dallo Stato islamico («guai a chiamarlo sedicente, l'Isis è uno Stato vero e proprio») di Kobane e Mosul. Esperienze che oggi alle 18.30 racconterà all'auditorium del parco del Castello.
Come fa a dividere il piano professionale dell'inviato di guerra da quello personale?
«Quando lasci certi luoghi di dolore ti resta per un bel po' di tempo una sensazione di “incompiuta”, perché le persone fra le quali hai vissuto restano nei luoghi della guerra, da cui tu ti puoi allontanare, anche se ci si porta sempre dietro volti, storie e dolori. La mia è una riconoscenza costante per avere la possibilità di tornare, mentre gli abitanti di quei luoghi non hanno scampo. Penso all'esodo delle madri a Mosul. Mi ha colpito una madre che, arrivata a un passo dalla salvezza, stringendo al petto un bimbo piccolissimo che forse non era nemmeno più vivo, mi ha chiesto se ci fosse un ospedale lì vicino. “Altrimenti”, mi ha detto, “devo lasciarlo qui”. Talmente sfinita da non avere alternative».
Tra le bombe e i disperati come fa un giornalista a raccontare quello che vede?
«Io paragono il nostro mestiere a quello del medico: mano salda, mente fredda e operare. Non hai tempo di farti domande, devi immergerti nella realtà di cui sei testimone unico. Come ad esempio a Mosul: stavamo scappando da un attacco, ci siamo rifugiati in un posto ma c'era una bambina rimasta fuori. L'ho afferrata e portata dentro. Lo fai vivendo con loro, non sei più una terza persona. Il rischio della disinformazione è alto. Consideri che a Mosul ero da sola al momento della liberazione, soltanto dopo sono arrivati altri colleghi. Spiegare uno scenario di guerra è molto complicato: i citizen journalist tendono a tirarti dalla loro parte, mentre tocca a noi essere testimoni equidistanti. Anche l'esperienza è importatissima. Se ti trovi, per esempio, di fronte a una fossa comune, devi poter capire se è recente o vecchia di anni».
Qual è il ruolo delle donne nella guerra all'Isis?
«Mi vengono in mente le ragazze di Kobane, in Siria, che combattono in un mondo conservatore. Mi hanno raccontato che quando erano al fronte e ascoltavano nelle interferenze radio le comunicazioni degli uomini dell'Isis, si mettevano a cantare canti di guerra, perché nella follia Isis si pensa che un combattente ucciso da una donna non conquisti il Paradiso. Tutto questo, in una condizione di svantaggio delle donne. Il cambiamento in Medio Oriente deve partire dall'istruzione per le donne. Battaglie come quella della giovanissima pakistana Malala sono un punto di partenza per tante altre ragazze».
Quella di Malala è stata una posizione “privilegiata”?
«Malala, coraggio e carisma indiscutibili, ha un padre insegnante che ha spinto e protetto la sua figlia brillante nella battaglia per i diritti, mentre la mamma vive piuttosto segregata. L'esempio di Malala è una luce per le bambine pakistane».
Ora per lei un lungo riposo prima di Istanbul?
«Sì, andrò in un'isola greca per una lunga “decompressione”, circondata dal mare colorato. Ecco, ai luoghi della guerra manca la bellezza del mare. Ora nella mia Maremma mi immergo nell'armonia dei luoghi, nel verde dei campi: io una guerra, in un luogo così, me la immagino difficilmente».
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