I nomi di Annina e Luigi nelle pietre d’inciampo

Cerimonia Anpi per onorare la memoria dei due fratelli vittime dei nazifascisti Le targhe installate davanti alla loro casa dove fu ospitato un prigioniero inglese
L’AQUILA. Le “pietre d’inciampo”, l’iniziativa promossa dall’artista tedesco Gunter Demning una trentina di anni fa per creare un memoriale diffuso dei cittadini deportati e uccisi nei campi di sterminio nazisti, devono il loro nome al Nuovo Testamento e alla Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani: “Ecco, io metto in Sion un sasso d’inciampo e una pietra di scandalo; ma chi crede in lui non sarà deluso”. L’“inciampo" a cui alludono queste targhe di ottone grandi come sampietrini non è da intendersi tanto in senso fisico, quanto piuttosto visivo e mentale. Il loro scopo è far fermare a riflettere chi vi passa vicino e si imbatte in esse, anche casualmente. In occasione del 25 aprile e del 76° anniversario della liberazione dal nazifascismo, l’Anpi L’Aquila, insieme ad Anppia (Associazione nazionale partigiani politici italiani antifascisti) e Iasric (Istituto Abruzzese per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea) e d’accordo con il Comune dell’Aquila, ha apposto, ieri, due pietre d’inciampo per onorare la memoria dei fratelli Annina e Luigi Santomarrone, due aquilani che morirono nei lager nazisti. Le targhe sono state sistemate a Roio Piano, in via dei Giardini, davanti a quella che fu la casa dove abitarono i due fratelli. Andranno ad aggiungersi alla pietra d’inciampo posata nel 2012 a piazza Duomo in onore di Giulio Della Pergola, commerciante deportato e ucciso nel gennaio del 1944 ad Auschwitz. LA STORIA. Annina e Luigi vivevano insieme, con il marito di lei, Nicola. Un giorno dell’inverno del 1944 la polizia fascista bussò alla loro porta e li arrestò, tutti e tre. A tradirli, per denaro, era stata una spia fascista. Annina, Luigi e Nicola non erano ebrei. Vennero venduti perché avevano ospitato un prigioniero di guerra inglese. “Non l’ho aiutato perché era inglese, ma perché era un cristiano come me”, disse Annina durante il processo che venne intentato a suo carico. Lei e il fratello vennero condannati a cinque anni di reclusione per poi essere deportati in Germania. Nicola, invece, si salvò, anche se non si è mai capito perché e come riuscì a sfuggire alla condanna. Luigi venne internato a Dachau il 28 aprile 1944 (numero di matricola 67249) e lì morì il 7 febbraio 1945. Annina venne portata invece a Ravensbruck, il più grande campo di concentramento femminile tedesco (numero di matricola 83844). Entrambi erano stati schedati come deportati politici.
LA CERIMONIA. Alla cerimonia erano presenti Fulvio Angelini, presidente provinciale Anpi L’Aquila; Carlo Fonzi, presidente Iasric; Monica Perilli, presidente dell’associazione Annina Santomarrone che, con un paziente e certosino studio delle fonti, orali e scritte, ha ricostruito la storia dei due fratelli; il vicesindaco dell’Aquila Raffaele Daniele. «La resistenza umanitaria, praticata soprattutto dalle donne, ha contribuito al successo di tutta la Resistenza», ha ricordato Perilli. «Non dobbiamo mai dimenticare che la nostra Costituzione è stata scritta grazie al contributo e alla volontà di uomini e donne che combatterono per avere un mondo migliore, rifiutando di solidarizzare con la dittatura fascista e l’invasione nazista». «La solidarietà disarmata di tante persone semplici come Annina e Luigi è stata la condizione per sconfiggere il nazifascismo e creare le basi dell’Italia democratica», ha sottolineato Fulvio Angelini. «Un’amministrazione, di qualunque colore essa sia, non può che lodare queste manifestazioni», ha osservato il vicesindaco Daniele. «Essere partigiani oggi può sembrare anacronistico, ma non lo è. Vuol dire farsi custodi della memoria e garanti di quella Costituzione che in tanti contribuirono a scrivere anche con il loro sangue».
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