I Nove Martiri aquilani morti sognando la libertà

16 Settembre 2023

Catturati dai tedeschi e fucilati, ecco la ricostruzione dalle carte processuali

L’AQUILA. Il prossimo 23 settembre saranno 80 anni dalla morte di nove giovani aquilani uccisi dai tedeschi alle Casermette (oggi caserma Pasquali). La loro unica colpa fu di aver cercato la libertà, sfuggendo agli occupatori nazisti che li volevano costringere a lavorare per loro, se non addirittura mandarli nei campi di concentramento. I nomi vanno subito ricordati perché sono ormai scolpiti nella storia dell’Aquila: Bruno D’Inzillo, Berardino Di Mario, Fernando Della Torre, Carmine Mancini, Giorgio Scimia, Francesco Colaiuda, Anteo Alleva, Sante Marchetti, Pio Bertolini. Avevano tra i 17 e i 21 anni e volevano decidere autonomamente della loro vita e del loro futuro.
La vicenda – dalla liberazione dell’Aquila il 13 giugno 1944 quando i corpi quasi irriconoscibili furono trovati e disseppelliti – è stata raccontata più volte e commemorata a ogni anniversario ma sono dovuti passare 80 anni per avere una versione dei fatti completa ed esauriente.
Lo si deve allo storico Walter Cavalieri, già autore in passato di testi fondamentali sul periodo bellico all’Aquila e dintorni. Cavalieri ha fatto un’operazione per certi versi insolita. È partito da un fascicolo processuale con imputato tale Aurelio Mascaretti, all’epoca 21 anni, tipico bulletto di provincia, che fu accusato da Diega Caico, madre di uno dei Martiri (Carmine Mancini), di aver “tramato” con i tedeschi per far cadere in trappola i Nove – che si erano rifugiati nella boscaglia intorno a Collebrincioni – i quali poi «perché trovati con le armi addosso», come dissero i nazisti, furono fucilati. Mascaretti alla fine fu assolto ma gli esiti giudiziari non sono certo il fulcro del libro.
Cavalieri con le sofisticate “armi” dello storico e con la capacità che gli è nota di “leggere” le carte, incrocia – senza aggiungere nulla di suo – le accuse della madre di Mancini (rivolte non solo a Mascaretti a dire il vero) con la miriade di testimonianze dei protagonisti di quei giorni (sentiti nel processo) fra cui anche quella dell’allora arcivescovo dell’Aquila Carlo Confalonieri (testimonianza raccolta 7 anni dopo e che poco aggiunge alla storia dell’eccidio). Ne viene fuori una trama “avvolgente” e “coinvolgente” da cui emergono i fatti raccontati da chi li visse direttamente. La capacità dell’autore è anche quella di far “capire” al lettore, senza fare forzature o interpretazioni di comodo, chi mente, chi è reticente, chi dice la verità. Riassumere il volume è impossibile.
Si può solo provare a fissare alcuni passaggi che svelano lo svolgersi della vicenda.
LA FUGA VERSO I BOSCHI
Quando i tedeschi dopo il 12 settembre (la liberazione di Mussolini da Campo Imperatore) occupano L’Aquila, sono in un numero limitato che non consente loro di controllare in maniera capillare la città. Non hanno quindi interesse a creare tensioni. Due obiettivi però ce l’hanno: uno è quello che deriva loro dagli ordini giunti dall’alto dopo l’occupazione e cioè di arrestare e uccidere chiunque fosse trovato armato; il secondo è quello di catturare i militari angloamericani che approfittando del caos post armistizio erano fuggiti dai luoghi nei quali venivano tenuti prigionieri e si erano dati alla macchia. Ci sono testimoni che raccontano che tra il 22 e il 23 settembre nella zona di Collebrincioni c’erano più di 200 inglesi e una cinquantina di giovani aquilani che stazionavano o per andare poi verso il Teramano o per nascondersi in luoghi più impervi. In quei giorni quindi i tedeschi cercano soprattutto i prigionieri inglesi, molti dei quali verranno catturati e moriranno nel bombardamento alleato dell’8 dicembre 1943 nei vagoni blindati alla stazione ferroviaria dell’Aquila dove i tedeschi li avevano portati per essere usati come scudi umani.
LA CATTURA
Dal libro di Cavalieri emerge tutta la confusione che regnava all’Aquila e circondario in quel fine settembre 1943. Giovani che andavano e venivano dalla città, bombe a mano fatte esplodere all’alba senza motivo (alcune le fece brillare proprio Mascaretti), fascisti delatori che pensavano a salvarsi la pelle, via vai nelle sedi dei comandi tedeschi, genitori dei ragazzi fuggiti in cerca di notizie sulla loro sorte, ufficiali germanici che si fingevano clementi ma poi si comportavano in tutt’altro modo (in qualche patetico caso provarono anche a chiedere scusa). I nove ragazzi (all’inizio erano 10) furono presi, portati alle Casermette in un punto più lontano possibile dalla strada principale, fu fatta loro scavare una fossa e poi massacrati. Uno fu graziato perché, pare, aveva una mano ferita e quindi non sarebbe stato in grado di usare un’arma. La loro morte era nota a molti ma i tedeschi fecero di tutto (con pietose bugie) per non far trapelare una notizia che avrebbe potuto scatenare una ribellione generale (sul modello delle Giornate di Napoli).
PARTIGIANI
I nove non possono essere definiti Partigiani nella accezione “classica”. Ma Partigiani lo furono perché in quel settembre del 1943 scelsero di non sottostare agli occupatori mettendosi dalla Parte giusta, dalla Parte della libertà.