I ritardi dei pagamenti cancellano le piccole ditte

23 Ottobre 2019

Mari Fiamma (Api): quasi 400 milioni di euro di cantieri sono stati riassegnati a imprese diverse da quelle che avevano appaltato i lavori, 12 aziende sparite

L’AQUILA. Quasi 400 milioni di euro di cantieri della ricostruzione riassegnati a imprese diverse da quelle che avevano appaltato inizialmente i lavori. In moltissimi casi, per fallimenti o cambi di assetti societari.
A pagarne le spese, nel senso più reale del termine, sono stati i subappaltatori e i fornitori, che non hanno ricevuto il compenso stabilito per i lavori eseguiti o per il materiale. È il lato più oscuro della ricostruzione che, nel decennale del sisma, porta allo scoperto l’anello debole della filiera: migliaia di impiantisti, falegnami, idraulici, elettricisti, piccoli artigiani mai pagati o saldati solo in parte. Un giro d’affari di milioni di euro, denuncia Apindustria, per bocca del segretario generale, Massimiliano Mari Fiamma (nella foto), che ha buttato giù qualche dato. In dieci anni, tanto per fornire un numero su tutti, all’Aquila sono andate fallite 12 rivendite di materiali edili, alcune nate dopo il terremoto, sull’onda lunga della ricostruzione, ma che hanno trovato sulla strada il muro dei mancati pagamenti.
Fatture a 30 giorni, nel migliore dei casi, che si allunga a 90-120 giorni. E che, spesso, restano insolute. «Volendo individuare una tipologia di cattivi pagatori», spiega Mari Fiamma, «possiamo partire dai grandi gruppi arrivati in città subito dopo il sisma. Aziende blasonate, che hanno fatto man bassa di cantieri e, all’improvviso, sono andate in fallimento o hanno cambiato assetto societario utilizzando, tra le pieghe della complessa situazione normativa, tutti gli escamotage possibili. Imprese che avevano più avvocati che operai e che hanno incassato buona parte dei soldi per, poi, lasciare i cantieri a metà. La seconda casistica riguarda le piccole ditte edili cresciute troppo in fretta che, ad ogni interruzione nell’erogazione dei contributi, hanno avuto problemi di liquidità. L’attuale quadro normativo, con il semplice Durc, non consente ai fornitori di avere strumenti reali di valutazione dell'impresa. Il risultato è nei numeri: 12 rivendite di materiali edili chiuse in pochi anni, centinaia di artigiani e subappaltatori in difficoltà economica causa dei mancati pagamenti o di dilazioni troppo in là nel tempo. Alcune imprese, addirittura», fa notare Mari Fiamma, «emettono fatture ai fornitori a 90- 120 giorni, e rinunciano a incassare l’ultimo Sal, che ammonta al 10% del totale, pagando la penale e lasciando tutte le fatture residue inevase. I fornitori di materiali edili e i subappaltatori della zona avanzano, dalle imprese della ricostruzione, milioni di euro. Ci sono anche le imprese sane, ovvio, ma questo meccanismo dev’essere superato». La proposta dell’Api è un’ordinanza della presidenza del consiglio o un accordo Regione-Comuni che garantisca il saldo dei subappaltatori prima del penultimo Sal.
©RIPRODUZIONE RISERVATA