Il Beato Vincenzo ai raggi X, le spoglie tornano a S. Giuliano

Eseguita la quarta ricognizione canonica in convento L’anatomopatologo Ventura: «Aveva patologie toraciche»
L’AQUILA. Soffriva di qualche patologia a livello toracico e di parodontopatia. E la sua è una mummificazione naturale. Sul corpo del Beato Vincenzo dell’Aquila, morto il 7 agosto del 1504 e riesumato intatto alcuni anni dopo, è stata eseguita la quarta ricognizione canonica, dopo quelle del 1787 (beatificazione da parte di Papa Pio VI), del 1904 (IV centenario della morte) e del 1987 (II centenario della beatificazione). L’ultimo studio è stato effettuato dal paleopatologo e dirigente medico dell’unità di Anatomia patologica del San Salvatore Luca Ventura e per la prima volta le spoglie sono state sottoposte a esami radiologi “in loco”, all’interno del convento di San Giuliano. A breve, il Beato Vincenzo verrà ricollocato nel mausoleo che ne ospita il corpo, in una cappella della chiesa. Di umili origini, nacque alla “Riera Magna” nel 1430 (o 1435). Semplice calzolaio, entrò in convento nel periodo più radioso dell’Osservanza Francescana, inaugurato all’Aquila da Bernardino da Siena, Giovanni da Capestrano e Giacomo della Marca. «Con Bernardino da Fossa e Timoteo da Monticchio rappresentò», spiega il dottor Ventura, «quella che io amo definire la “seconda ondata” dell’Osservanza abruzzese. La ricognizione, disposta a febbraio dall’arcivescovo Giuseppe Petrocchi per verificare lo stato di conservazione, è stata anche l’occasione per sostituire, sotto la supervisione della Soprintendenza archeologica, gli abiti del beato, che risalivano a 40 anni fa. All’indagine ha assistito padre Marco Federici, il guardiano del convento di San Giuliano, e gli esami radiologici sono stati eseguiti dal tecnico di Radiologia, Alfonso Raffaele». I risultati sono stati interessanti. «Secondo fonti storiche», aggiunge Ventura, «negli ultimi anni di vita Vincenzo fu aggravato dalla gotta (possibile riferimento a malattia cerebro-vascolare) e morì il 7 agosto 1504. Il suo corpo fu sepolto nella tomba comune dei frati e riesumato intatto alcuni anni dopo. L’ultima ricognizione ha consentito di verificare le condizioni di conservazione del corpo ed eseguirne lo studio paleopatologico. L’assenza di incisioni o suture cutanee depone verosimilmente per una mummia conservatasi naturalmente, probabilmente dopo un’esposizione in ambienti areati. Non c’è stata quindi eviscerazione, come accaduto invece per San Giacomo della Marca». Lo studio ha restituito anche particolari sullo stile di vita del beato e sulle sue condizioni di salute: «La marcata usura dentaria e la grave parodontopatia, in totale assenza di carie, suggeriscono una dieta priva di cibi raffinati. Con gli esami radiologici», sottolinea il paleopatologo, «abbiamo verificato lo stato dell’apparato scheletrico ed evidenziato un’estesa calcificazione della pleura costofrenica di sinistra. Quest’ultima potrebbe essersi sviluppata per un versamento ematico pleurico o di una pleurite infettiva».
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