Il Capitano che amava questa città

Veniva da Trieste, non ha mai perso lo strano slang misto aquilano-alabardato
Aldo Di Bitonto era qualcosa che andava oltre l’orgoglio e l’appartenenza. Era molto più che il capitano di una squadra. Lui e L’Aquila si erano scelti tanti anni fa e si erano subito piaciuti fino a non lasciarsi più. Aldo veniva da Trieste e non ha mai perso quello strano slang misto aquilano-alabardato. Di tutto questo, e tanto altro, aveva fatto dolcezza e simpatia, custodite in uno scrigno che non apriva a tutti. Sapeva riconoscere un buon uomo prima ancora che un buon calciatore.
L’ho incrociato all’inizio degli anni Novanta, quando ero il capo della redazione aquilana del Centro. Prima allo stadio Fattori e poi in uno studio tv, entrambi ospiti di una seguitissima trasmissione condotta da Dante Capaldi. Si parlava dell’Aquila calcio, erano gli anni del presidente Antonio Circi, degli allenatori Leo Acori e Max Cherri. Un bel periodo: stadio pieno, trasferte a livello di esodo come quella dello spareggio con la Torres al Flaminio.
Aldo prima di concederti un po’ di confidenza ti squadrava bene, ti misurava, esattamente come aveva fatto a suo tempo con i compagni di squadra prima ancora che con gli avversari. Fu amicizia vera, con lui, Dante, Alessandro Orsini del Messaggero, Nicolino Mastropietro del ristorante “Il solito posto” che faceva da scenario per le cene post-trasmissione tv dove si finiva per discutere anche di altro.
Da calciatore aveva conquistato tutti e non solo per ciò che aveva fatto in sette stagioni e 152 partite con 13 gol. Proverbiali le sue liti con quei pochi che lo criticavano nelle rare occasioni in cui non aveva reso al meglio: «Senti un po’, ma tu i soldi li hai? Perché ci vogliono i soldi per venire a vedere me…».
Esagerava, certo. Ma faceva parte del personaggio. Dopo, oltre a dedicarsi alla crescita dei giovani, è stato un vero e proprio punto di riferimento per il calcio aquilano. Un giocatore di classe lo riconosceva al primo passaggio, quelli scarsi pure. Una volta, prima di un’amichevole a Sulmona, vide un’ala destra con un giornale in mano fuori dagli spogliatoi e mi disse: «Scommetti che quello guarda solo le figure?». Ci avvicinammo e quel ragazzo era fermo sulla foto di una attrice. Chiosò scuotendo la testa: «Arriva a fondo campo e non sa mai cosa fare». Era vero, ma poi quando i tifosi durante la partita criticavano quel ragazzo con la maglia numero 7, lui lo difendeva: «E che cacchio, quello gioca con noi».
Se ne potrebbero raccontare mille di storie così. Per semplificare, si può dire che la sua eredità sta tutta in una frase affidata appena un anno fa ad Alberto Orsini, figlio di Alessandro: «Se qualche giovane dirà: “Voglio fare come ha fatto Di Bitonto”, già parte bene. Non voglio dire di più, ma già parte bene».
L’ultima volta che ci siamo visti è stato a fine giugno, a una rimpatriata piena di suoi ex giocatori. Fra una portata e l’altra di un pranzo stupendo, ci furono regali e ci furono sorrisi. Niente lacrime, ma negli occhi di Aldo si leggeva tanta felicità. Quello dei ragazzi dell’Alabarda e delle Acli di cui era stato allenatore, non era un semplice grazie intriso di nostalgia. Era l’omaggio a uno che ha dato tanto senza mai chiedere niente in cambio. Non poca cosa, ieri come oggi.
Che la terra ti sia lieve, Capitano.

