Il cavaliere Ciccozzi e il suo no alla funivia

20 Gennaio 2022

L’AQUILA. «Dico no alla funivia per Roio. Ne sento parlare fin da quando ero bambino e non si è mai realizzata perché evidentemente non serve. Pensassero piuttosto a creare posti di lavoro per i...

L’AQUILA. «Dico no alla funivia per Roio. Ne sento parlare fin da quando ero bambino e non si è mai realizzata perché evidentemente non serve. Pensassero piuttosto a creare posti di lavoro per i giovani». Francesco Ciccozzi ha 95 anni, è cavaliere della Repubblica dal 1983, per molti anni emigrato in Australia è da sempre attento alle problematiche del suo paese, Roio. La sua voce è squillante, i suoi ragionamenti lucidissimi e quando ha letto sul Centro la notizia che si sta progettando la funivia dalla stazione a Monteluco (per poi riscendere a Roio Poggio) è saltato sulla sedia e si dice pronto a dare battaglia. «Si vogliono spendere soldi che potrebbero servire ad altri», dice. «Faccio appello all’amministrazione e a tutti quelli che hanno voce in capitolo per fermare questo progetto». Di Ciccozzi nel 2016 si parlò perché aveva scritto una lettera a Papa Francesco in cui raccontò la sua storia di emigrato. «Io già nei lontani anni Cinquanta sognavo un’Europa unita», scrisse, «perché avrei voluto un’Europa in cui non si combattessero più guerre, capace di farmi desistere dal dover lasciare la mia terra per andare in un Paese lontano a cercare lavoro. Nel marzo 1956 lasciai l’Italia dal porto di Trieste per emigrare in Australia, ospite in una baraccopoli, non lontana da Melbourne. Questo abitato era, in origine, un ex campo di soldati italiani deportati, che durante il secondo conflitto mondiale erano di stanza in Africa. Ci tenevano in quella sorta di ghetto in attesa di un’occupazione. Purtroppo in quel momento non ci vennero offerte possibilità di lavoro e fummo costretti ad aspettare. Io ero partito dall’Italia portando con me un bagaglio di esperienze che attingevano all’arte della sartoria. Il sogno di fare il sarto lo dovetti momentaneamente mettere da parte, poiché, col passare dei mesi, fui costretto ad abbracciare qualsiasi lavoro umile. Col passare degli anni, il richiamo della terra in cui ero nato divenne sempre più forte. Anni dopo decisi di tornare. Sbarcai nel porto di Napoli e feci rientro in Italia dove, rimboccandomi le maniche, cercai d’intraprendere l’attività per la quale mi ero specializzato. L’occasione si concretizzò in via Sallustio, nella bottega di lavanderia e sartoria portata avanti insieme alla mia cara moglie Eva fino agli anni Novanta». (g.p,)