Il Centro antiviolenza sbarca a scuola

In dieci anni sono state 450 le donne che si sono rivolte alla struttura, ma manca una casa rifugio
L’AQUILA. L’avvocato Simona Giannangeli, presidente del Centro antiviolenza dell’Aquila, ha tenuto un incontro con gli studenti delle classi 4B e 4C del liceo delle Scienze umane e 3C e 3D del Liceo classico, dell’istituto Cotugno. Un incontro nel corso del quale ha illustrato i dati raccolti e le attività svolte dalla struttura negli ultimi anni.
Il 25 novembre scorso il Centro antiviolenza dell’Aquila ha celebrato i dieci anni d’attività e questa è stata l’occasione per esaminare o diversi casi trattati. In questo lungo percorso il centro si è sempre occupato esclusivamente di violenza maschile contro le donne. In dieci anni di attività la struttura ha accolto e seguito 450 donne supportate dalle operatrici nel loro percorso volto a lasciarsi alle spalle pesanti storie di violenza. Donne che hanno deciso di denunciare maltrattamenti e violenze subite in famiglia e che, dunque, hanno affrontato percorsi di separazione e processi penali. Non tutte hanno fatto le stesse scelte, ma molte di loro, rivolgendosi al Centro e chiedendo il supporto delle operatrici, hanno messo in moto un percorso volto a restituire loro una vita senza violenze.
Dai dati forniti dall’avvocato Giannangeli, si è molto abbassata l’età delle donne che subiscono violenza e di conseguenza quella degli uomini che la commettono. Dunque, anche i giovani ricorrono, nell’ambito delle relazioni affettive, all’uso della violenza nei confronti delle donne. Le 450 utenti del Centro antiviolenza sono donne italiane, di età compresa tra i 28 e i 50 anni, che avevano relazioni con uomini, anche loro italiani, più o meno coetanei. Un dato, questo, che fa emergere una realtà diversa da quella che punta, su questo fronte, ad alzare l’indice contro “lo straniero. In realtà le violenze contro le donne si consumano soprattutto in ambito domestico.
La violenza tra le mura di casa è il tratto più significativo e ricorrente di tutti i 450 casi che il Centro antiviolenza ha trattato. È questo è un dato in linea con quello nazionale. È la prova che la violenza maschile non ha età, non è necessariamente vincolata da un passaporto e non è frutto di disagio economico o sociale. È luogo comune pensare che si manifesti maggiormente nei ceti medio-bassi, ma così non è. Cosa che ben si evince dalle parole di Simona Giannangeli che “bolla” la violenza sulle donne come un fatto che riguarda persone di ogni genere ed età. Nell’incontro la Giannangeli ha affrontato la questione anche sul piano politico: «La responsabilità della tutela di queste donne non è esclusivamente nelle mani dei Centri antiviolenza», ha detto, «ma coinvolge soprattutto lo Stato che deve operare per rendere più rapidi i processi penali e per la creazione di case-rifugio, che, ad esempio, non abbiamo qui all’Aquila».
Allora, la domanda che sorge spontanea è «che cosa si può fare di più per fermare la fiolenza di genere».
Secondo la presidente si dovrebbe ripartire da un riposizionamento di ciascuno di noi rispetto a quella che chiamiamo “relazione tra i generi”. La violenza maschile non si supera perché non viviamo ancora in un mondo fatto di donne e uomini che intendono mettere al bando la violenza dalle loro vite. Per sconfiggerla bisognerebbe ripartire da una sfida che ognuno di noi lancia a sé stesso per abbattere gli stereotipi e le gabbie dentro le quali ci chiude ancora la società di oggi.
Un Centro antiviolenza è un luogo che, anche con molta fatica e dolore, prova a riscrivere una storia al femminile. Il progetto di “superamento” della violenza maschile, ogni donna lo disegna per sé, con le proprie scelte e i propri tempi.
Francesca Centofanti
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