Il centro storico ha perso la metà delle attività

Cioni: un bando per aiutare la ripresa, ma ci vuole la zona franca o l’autonomia
L’AQUILA. Il terremoto ha dato il colpo finale a un’economia che era la spina dorsale dell’Aquila: i negozi. L’Aquila è al primo posto della speciale classifica stilata dalla Confcommercio nazionale dal 2008 al 2016 con un -44,5 per cento di attività nel centro storico e un conseguente aumento del 13,4 per cento in periferia (ma la differenza è sempre negativa del 30 per cento).
Una vera catastrofe non solo economica, ma anche sociale, come rileva il direttore della Confcommercio provinciale, Celso Cioni, commentando lo studio che ha condotto Mariano Bella, direttore dell’Ufficio studi della Confcommercio, che pone, appunto, il capoluogo d’Abruzzo al primo posto nella scomparsa di negozi nel centro storico. Il sindacato dei commercianti ha stilato una classifica a parte per alberghi, bar e ristoranti, che vede sempre L’Aquila al primo posto in negativo, con il -21,5 per cento, ma con un incremento notevole di aperture in periferia del 56,9 per cento.
Se da un lato c’è il sisma che ha cacciato tutti dal centro storico nel 2009, dall’altra c’è una mancanza di sistema che le istituzioni non sono state in grado di programmare per salvare l’economia aquilana.
È quanto sostiene Celso Cioni, che all’incontro con il sottosegretario con delega al Turismo, Dorina Bianchi, lo scorso lunedì a Palazzo Silone, si è presentato in tuta mimetica. Non per anticipare il Carnevale, ma per sottolineare una situazione che il direttore della Confcommercio non esita a definire «catastrofica».
L’INIZIO DELLA FINE. «Il sisma di aprile 2009 non ha fatto altro che accelerare una situazione agonizzante che il centro storico dell’Aquila stava vivendo da tempo nel settore commercio», afferma Cioni. «Non dimentichiamo le varie iniziative dei commercianti, dal pagamento dei parcheggi ai clienti al mai decollato “Consorzio per il centro storico”, ideato dai negozianti per fronteggiare lo sbarco massiccio dei grandi ipermercati e centri commerciali, nati come funghi. Noi denunciamo da anni la morte del commercio nel centro storico, all’Aquila come nei piccoli paesi di tutta la provincia».
LA FUGA DAL CENTRO. «All’inizio i negozianti, come tutti, con l’ordinanza del 7 aprile 2009, conseguente al sisma della notte prima, sono stati costretti a lasciare il centro storico», spiega Celso Cioni, «ma dopo c’è stata una mancanza di strategia e, soprattutto, di volontà».
PIANO MAI ATTUATO. Nel luglio 2009, abbiamo presentato un progetto, come Confcommercio, all’Ance e all’allora capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, che prevedeva una struttura con 250 negozi nell’ex Agriformula, a Monticchio, dove mettere tutte insieme le attività del centro storico e accanto c’era uno spazio per il mercato ambulante. Così gli aquilani potevano identificarsi in un contesto unico con le botteghe storiche del centro. L’affitto era di 13 euro a metro quadrato, compreso di riscaldamento, un affitto controllato per evitare speculazioni. Conservo il plastico, a futura memoria. La Confcommercio nazionale aveva messo a disposizione un milione di euro e c’era l’accordo con le banche per i mutui. Ma è cambiato il governo e tutto è caduto nell’oblio e il milione lo abbiamo restituito a Roma», ricorda Cioni. «E le aziende si sono disperse o hanno chiuso».
LA MIMETICA. «Il perché della tuta mimetica? Non è una carnevalata», sottolinea Cioni, «ma per denunciare che siamo in “guerra”: a rischio c’è la tenuta del tessuto socio-economico della città e dell’intero comprensorio. Mio nonno diceva che le cose giuste non si aspettano, ma si conquistano.Anche noi dobbiamo combattere. Tanto alla fine c’è poco da perdere. Il nostro è uno stato di crisi catastrofico, rilevato anche dai numeri impietosi dello studio di Mariano Bella (che in parte pubblichiamo nella tabella, ndr), della Confcommercio nazionale. È una situazione non sostenibile e in questo il Comune non ha colpa, ma responsabilità del contesto socio-economico del centro storico. Molti hanno chiuso e chi resiste è pieno di debiti, non può più rivolgersi alle banche».
“FARE CENTRO”. Ma c’è una speranza: l’iniziativa, finanziata dal governo e chiesta a gran voce dalla Confcommercio, “Fare Centro”. «Il governo, tramite la Regione Abruzzo, destina il 4% dei fondi per la ricostruzione dei comuni del cratere, L’Aquila in testa. Si tratta questa volta di soldi veri, perché legati alla ricostruzione. Il bando uscirà tra un paio di settimane al massimo. Ma sarà un problema accedere ai fondi per molti operatori indebitati. Il 57% di loro non paga l’Inps da anni e non ha il Durc (Documento unico di regolarità contributiva), per cui non sono in regola. E in più, per acquisire punteggio, il negoziante deve dimostrare di investire in una parte nell’attività che deve essere finanziata. Non è la soluzione, ma può dare una mano».
ZONA FRANCA. «L’Aquila rientra tra le città sperimentali della cedolare secca», conclude Cioni, «che permette di non cumulare gli affitti sul reddito pagando solo il 10%. Così si possono abbassare i canoni. Al governo chiediamo una strategia: 5 anni di zona franca o provincia autonoma, per accompagnare la ripresa graduale socio-economica, senza restituire quello che non si paga, altrimenti sarebbe inutile. Da decenni ci sono regioni e province “grasse”, che hanno l’autonomia, dove i redditi sono alti. È ora che si faccia qualcosa per noi, che siamo alla fame».
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