Il Comune: ok le case equivalenti a Pettino

In 80 su 201 hanno scelto di ricomprare altrove l’abitazione quando il palazzo era stato già ricostruito
L’AQUILA. C’è chi lo aveva definito uno scandalo. Chi si era rivolto alla magistratura per verificare se tutto fosse stato fatto in base alle regole. La storia del megapalazzo di Pettino che in totale dispone di 201 appartamenti è una delle tante storie incredibili della ricostruzione dell’Aquila. Una vicenda che forse nemmeno nella Repubblica delle banane sarebbe stata possibile. All’Aquila invece tutto è lecito. Basta interpretare le norme già di per sé confuse. Per il Comune dell’Aquila “l’affare” Pettino 201 è regolare. Il fatto che su 201 inquilini quasi 80 hanno deciso di scegliere l’abitazione equivalente mollando l’appartamento in condominio per una più comoda villetta isolata e con giardino annesso non deve urtare più di tanto la sensibilità popolare. Che poi lo Stato (con le tasse di tutti gli italiani) abbia pagato due volte il costo della ricostruzione che vuoi che sia, se ne sprecano tanti di soldi. Piccolo riassunto: il palazzo 201 di Pettino è un edificio costruito molti anni fa con il sistema dell'edilizia economica e popolare: il Comune espropria il terreno e lo cede per 99 anni ad alcune coop edilizie (poi riunite in Consorzio), lo Stato concede un mutuo a mini interessi e i soci negli anni pagano delle quote per rientrare di quel mutuo. La proprietà però _ anche a mutuo pagato _ non è dei singoli soci ma resta in capo al Consorzio. Arriva il terremoto e il palazzo con i 201 alloggi subisce gravi danni strutturali. Si decide di abbattere e ricostruire e il Consorzio (non i singoli soci) ottiene la bella cifra di 66 milioni di euro (i soldi che servono per rifare due frazioni dell'Aquila). Partono i lavori che vanno avanti senza intoppi. Ma c'è un colpo di scena. Uno degli assegnatari decide che non vuole più stare in quella sorta di "alveare" umano. E quindi si lancia sull'abitazione equivalente. Entrano in gioco due ordinanze, la 3.803 e la 3.817 del 2009. La prima sembra aprire uno spiraglio, l'altra invece pare lo chiuda. Ma qual è il nocciolo? La formula dell'abitazione equivalente prevede che si possa cedere al Comune la casa diruta, ottenere una bella sommetta e comprarsene una altrove. Ma se l'alloggio non è di tua proprietà come fai a cedere una cosa non tua? E qui parte una serie di contenziosi. Ci sono sentenze e pareri che sembrano dare ragione al Consorzio: la proprietà dell'appartamento non è del singolo socio e quindi la scorciatoia dell'abitazione equivalente non si può percorrere. Eppure, a un certo punto il Comune dice sì al socio che aveva per primo fatto la "pensata". È stato come aprire una diga: altre 77 persone hanno seguito l'apripista e a "botte" di oltre 200.000 euro a testa si è arrivati a circa 20 milioni di case equivalenti. Insomma per ridare una casa ai 201 nuclei familiari lo Stato ha speso 66 milioni più 20 milioni per l’abitazione equivalente. Quegli 80 appartamenti rimasti vuoti passano al Comune che dovrà decidere che farne ma intanto paga spese condominiali e si presume anche le tasse. Con una delibera del 2 dicembre la giunta comunale si auto-assolve: sì, l’abitazione equivalente si poteva fare. Allegata alla delibera c’è infatti l’interpretazione autentica del dirigente del settore (lo stesso che aveva a suo tempo autorizzato lo scambio) che dice in sostanza: ho fatto bene a dare il via libera ai riacquisti. Per semplificare: il Comune se la suona e se la canta. Unica pezza di appoggio un parere dell’avvocatura dello Stato per la quale avvocatura il fatto che lo Stato paghi due volte (la ricostruzione e l’abitazione equivalente) è cosa normale. Tanto Pantalone non protesta. (g.p.)

