Il diritto di poter scegliere nel dibattito sul fine-vita

10 Luglio 2021

Presentazione del libro del giudice Billi con interventi a più voci sul delicato tema Il magistrato auspica un intervento del legislatore. Il cardinale invia un messaggio

L’AQUILA. «Il problema fondamentale è il rispetto della dignità dell’individuo nel segmento terminale della propria esistenza, che si sta allungando sempre di più. Il progresso biotecnologico comporta un estensione sia della qualità che della durata della vita, anche della fase di passaggio tra la vita e la morte. Il legislatore questo segmento non lo ha disciplinato. Esiste una lacuna normativa, del legislatore, proprio su questo specifico settore». Il tema del fine vita, l’indifferibilità di un intervento normativo sull’eutanasia, la disponibilità e indisponibilità dell’esistenza, da parte dell’individuo, sono stati al centro della presentazione del saggio «Soli nel fine vita. Il caso Cappato e la necessità di una legge», appena pubblicato dalle Edizioni Mondo Nuovo di Pescara, che porta la firma del giudice Marco Billi. Il magistrato, napoletano di nascita, ma aquilano di adozione, ha portato ieri, nell’agorà dell’Emiciclo, il suo contributo al dibattito nazionale sulla campagna referendaria.
LASCIATI SOLI. «Nel contesto attuale», ha detto Billi, «i cittadini e i magistrati, che non hanno un parametro normativo di riferimento, vengono lasciati soli. E un passaggio emblematico è la Corte costituzionale, che è stata investita della questione per il caso Cappato, con i cittadini che devono ricorrere a pratiche eutanasiche clandestine. Non esiste uno strumento valido per aiutarli. L’intervento del legislatore potrebbe sciogliere il nodo e farlo nella maniera più rapida possibile. Le alternative sono la possibile proposta di un'iniziativa legislativa formulata da un consiglio regionale o la strada del referendum che, se accolto, comporterebbe un ribaltamento di questi princìpi: dall’indisponibilità della vita si potrebbe passare alla disponibilità della stessa». Billi ha posto l’accento anche sull’aiuto nella fase del fine vita «che non è necessariamente eutanasico, ma può essere prestato anche con cure palliative. Attualmente l’omicidio del consenziente è integralmente una fattispecie di rilevanza penale. La Corte costituzionale, nel caso Marco Cappato, invece ha dichiarato parzialmente illegittima la condotta di aiuto al suicidio, ma soltanto al ricorrere di determinati presupposti».
DIRITTO DI MORIRE. Al dibattito, moderato dal giornalista Rai Nino Germano, su “Fine vita. Il silenzio del legislatore e il ruolo delle regioni” hanno partecipato il presidente della Corte d’Appello Fabrizia Ida Francabandera, in collegamento web da Roma, il consigliere regionale Pierpaolo Pietrucci, il presidente dell’Ordine degli avvocati Maurizio Capri, la deputata del Pd Stefania Pezzopane, Mina Welby, co-presidente dell’associazione Luca Coscioni e il rettore Edoardo Alesse. Il cardinale Giuseppe Petrocchi ha fatto pervenire un intervento scritto. «Il legislatore dovrebbe seguire il percorso già segnato dalla giurisprudenza italiana», le parole di Francabandera, «in piena sintonia con il sentire comune dell’Europa e dettare le norme di contorno facendo sì che non sia necessario andare davanti ad un giudice, ma trovare la soluzione a queste problematiche nel rapporto tra paziente e medico». Concetto ribadito anche da Capri, nel suo intervento, mentre Pietrucci ha garantito «l’impegno del consiglio regionale a fare una battaglia di civiltà».
GARANTIRE DIGNITÀ. «Chiediamo al legislatore che la persona capace di intendere e di volere», ha sottolineato Welby, «con gravi sofferenze possa scegliere di morire e farlo con dignità. Con il referendum vogliamo cambiare l’articolo 579 del Codice penale che punisce l’omicidio del consenziente». Il cardinale Petrocchi ha evidenziato come «da una parte occorre tenere conto delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società».
©RIPRODUZIONE RISERVATA