Il figlio morì contro l’auto in sosta Madre chiede giustizia da 24 anni

L’incidente stradale nel ‘96: per la seconda volta la Cassazione rinvia la sentenza in Corte d’Appello I giudici devono pronunciarsi sulla responsabilità della vettura parcheggiata in divieto e contromano
AVEZZANO. C’è una donna che da 24 anni aspetta che chiede che venga fatta giustizia per il suo unico figlio. È Angela Pisotta, la mamma di Davide Gianfelice, di Ortucchio, morto a 22 anni in un incidente stradale avvenuto in piazza Cavour ad Avezzano. Per la seconda volta, nel processo per omicidio colposo, la Suprema corte ha rinviato la sentenza in Appello affinché i giudici di secondo grado si pronuncino sulla responsabilità di un secondo veicolo parcheggiato contromano e in divieto di sosta.
I FATTI. Era il 30 giugno del 1996: dopo una partita a bowling con gli amici, la Renault Megane sulla quale viaggiava la vittima è entrata in collisione con una Volvo che secondo la ricostruzione era parcheggiata contromano e in divieto di sosta. Purtroppo per Davide Gianfelice non ci fu niente da fare, nel violento impatto, avvenuto a velocità sostenuta, il suo corpo venne sbalzato fuori dall’abitacolo e finì contro la Volvo. Come accertato all’epoca dei fatti, il 22enne rimase vittima di un fatale colpo al cranio contro il montante del veicolo in sosta. La Megane sulla quale viaggiava la vittima era intestata ad una società marsicana e condotta dal figlio del titolare, anche lui sbalzato fuori dall’auto. Mentre la Valvo parcheggiata in divieto di sosta era intestata a un uomo di Avezzano. Qualche anno fa anche papà Claudio è venuto a mancare (sempre in un incidente), al fianco di mamma Angela in questi lunghi anni di dolore e aule di tribunale è rimasto l’avvocato Leonardo Rosa. «Al dramma di tutta questa vicenda», sostiene il legale, «si aggiungono anche le difficoltà processuali e fattuali».
IL PROCESSO. Se questa seconda automobile non ci fosse stata Gianfelice sarebbe morto ugualmente o si sarebbe potuto salvare? È questo l’aspetto cruciale rispetto al quale sono chiamati a pronunciarsi per la seconda volta i giudici della Corte d’Appello dell’Aquila. Ma andiamo per gradi. Il tribunale di Avezzano aveva riconosciuto l’80% di responsabilità al conducente della Megane e il 20% alla stessa vittima per non aver indossato la cintura di sicurezza, condannando di fatto la società proprietaria del veicolo e la rispettiva compagnia assicurativa al risarcimento del danno, ma rigettando, allo stesso tempo, l’azione verso il conducente e dunque la compagnia assicuratrice della Volvo. La sentenza di secondo grado ha confermato sostanzialmente quanto stabilito dal tribunale di Avezzano mantenendo invariato il quadro delle responsabilità ed escludendo la Volvo e il suo conducente sul presupposto di prescrizione del principio risarcitorio. La vicenda approda, infine, alla Suprema corte. I giudici della Cassazione ritengono che il reato non sia ancora prescritto e decidono di rinviare la sentenza alla Corte d’Appello affinché applichi la prescrizione lunga e, alla luce di questo, emetta una sentenza. Questa decisione, però, viene impugnata e si torna di nuovo davanti alla Cassazione. Intanto dal giorno dell’incidente sono trascorsi 24 interminabili e dolorosi anni.
«La Suprema corte si sarebbe pronunciata se avesse rilevato un processo di giudicato», spiega l’avvocato Rosa, «in questo caso però visto che il reato non è ritenuto prescritto, la sentenza è stata rinviata alla Corte d’Appello chiamata nuovamente a valutare la posizione della Volvo e in che misura abbia inciso sulla morte del giovane Davide».
All’esito dell’adunanza camerale e su richiamo della terza sezione civile della Corte di Cassazione la sentenza impugnata viene rinviata alla Corte d’Appello dell’Aquila, «in diversa composizione, perché decida nel merito oltre che per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio».
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