Il giudice riassume le prof pensionate

25 Marzo 2019

La Corte d’Appello: il collocamento a riposo delle donne prima degli uomini è una penalizzazione per la contribuzione

AVEZZANO. È stata una vera e propria discriminazione quella subita da due professoresse di Avezzano che sono state costrette ad andare in pensione prima degli uomini. Lo ha stabilito una clamorosa sentenza della Corte d’Appello dell’Aquila. È stata emessa da tre giudici, tra cui due donne, la presidente della sezione Lavoro, Rita Sannite, e da Maria Luisa Ciangola, nelle vesti di consigliere e Luigi Santini, consigliere relatore. La vicenda è approdata davanti alla Corte abruzzese dal tribunale di Avezzano, che aveva riconosciuto la sussistenza della discriminazione di genere di due docenti marsicane, una di scuola primaria e una di scuola secondaria. Nel 2014 le due docenti di 65 anni avevano chiesto di rimanere in servizio per totalizzare più contributi, pur avendo raggiunto l’età per il trattamento anticipato di vecchiaia. Prima erano state autorizzate a rimanere in servizio, poi la marcia indietro a causa del decreto legge 90/2014. Ma mentre i docenti uomini, per i quali i requisiti sono più alti, avevano potuto usufruire del nuovo limite pensionistico di 66 anni introdotto dalla riforma Fornero, le prof di sesso femminile dovevano andare in pensione un anno prima, col vecchio limite. Per questo si sono rivolte agli avvocati Salvatore Braghini e Renzo Lancia per denunciare questa diversità che impediva loro di incrementare l’anzianità di servizio.
La Corte d’Appello ha confermato l’impianto delle motivazioni del tribunale di Avezzano. L’impossibilità per le dipendenti donne di prolungare il rapporto di lavoro, così da totalizzare un maggior ammontare di contributi sui cui parametrare la pensione, è una discriminazione e impone la disapplicazione della Legge Fornero (pur correttamente applicata dal Miur). Lo esigono i Trattati dell’Ue. Una vittoria delle due donne in primo grado che, però, era stata messa in discussione dopo pochi giorni dall’appello proposto dal ministero. Aveva presentato un ricorso sostenendo che l’età della pensione era uguale per le donne e per gli uomini e che la legge non discriminava le donne ma le favoriva anticipandone l’uscita dal lavoro. Non era così, per i giudici della Corte d’Appello, in quanto la discriminazione emerge dallo stesso elenco del personale della provincia da cui risulta che i docenti uomini sono stati collocati a riposo all’età di 66 anni, mentre le donne a 65 anni. «Il trattamento di favore riservato alle dipendenti di sesso femminile di poter essere collocate a riposo con una minore età anagrafica», si legge nella sentenza, «si è trasformato in una penalizzazione sotto il profilo del futuro ammontare della pensione». Una delle due insegnanti era stata reintegrata in servizio, mentre l’altra ha ottenuto un risarcimento di 12 mensilità.
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