Il nunzio apostolico: sì alla demolizione del Ponte Belvedere

Antonini promuove il progetto tedesco al vaglio del Comune «La soluzione della struttura nuova in acciaio è appropriata»
Il dibattito sul futuro del Ponte di Belvedere divide la città tra chi vorrebbe riparare e chi demolire e ricostruire. Ecco l’opinione di un prelato esperto di ricostruzione, il nunzio apostolico Orlando Antonini.
Monsignor Orlando Antonini, in questi giorni si discute molto in città del cosiddetto ponte Belvedere chiuso per motivi di sicurezza sin dal 2009. Secondo lei va conservato così com’è, naturalmente con una radicale messa in sicurezza, o è meglio abbatterlo e farne uno nuovo?
«Visto quanto sta accadendo a ponti e viadotti in cemento armato in Italia e non essendo praticabile, nel caso in specie, una sua ricostruzione in pietra, trovo del tutto appropriata la scelta dell’amministrazione del sindaco Pierluigi Biondi di abbattere il ponte Belvedere attuale e farne uno nuovo in acciaio. A quanto mi dicono gli esperti l’acciaio ha una stima di durata doppia di quella del cemento e minore necessità di manutenzione ordinaria».
Fra le ipotesi di ricostruzione è spuntato nei giorni scorsi un progetto tedesco che prevede un cavalcavia ad arcate che lei aveva già “immaginato” nel suo libro del 2012 “L’Aquila nuova negli itinerari del Nunzio”. Le piace il progetto tedesco e se sì perché?
«Ho visto il disegno sui siti online e devo dire, a meno non ve ne siano altri di ugual concetto, di trovare seducente questa proposta. Come appunto sostenevo nel 2012, l’effetto arcata si dimostra molto più ad hoc – di quello ad esempio a strallo – a inquadrare il profilo di tessuto urbano storico. Si configura quasi come grande arco di trionfo, nuova porta urbica d’accesso al centro storico come è stato ben detto e, con l’edilizia in curva sottostante diventa un elegante invito a penetrare in città e scoprirne i tesori. Quando il vice sindaco Raffaele Daniele, come leggo, molto opportunamente presenterà il disegno al vaglio dei cittadini, credo che anche buona parte degli aquilani troverà attraente questa soluzione».
Progetti veramente innovativi dal punto di vista architettonico in questa ricostruzione se ne sono visti pochi. Un nuovo Ponte Belvedere potrebbe essere un segno distintivo della città nuova da lei sempre auspicata e cioè “non com’era ma più bella di com’era”?
«La formula di una ricostruzione “com’era” quasi indiscriminata imposta già all’indomani del sisma, ha impedito tanto la correzione dei deturpamenti urbanistici degli anni Sessanta del Novecento in poi – sia lungo le mura cittadine e anche nel cuore fisico della città antica – quanto la ricezione di progetti d’arte contemporanea di grandi architetti italiani o internazionali che appunto avrebbero potuto ridisegnare adeguatamente questa massa edilizia incongrua, sapendo certo coniugare bellezza e sicurezza. Un nuovo Ponte Belvedere tipo quello tedesco non assurgerà magari a segno distintivo dell’Aquila come può esserlo Collemaggio o San Bernardino, ma a mio avviso costituirebbe un più che decoroso inserimento moderno nel tessuto urbano antico, abbellendo non poco la città. Sebbene, a rigore, solo un’autentica intensa esperienza spirituale apporti vera pace all’anima (siano belle o brutte le circostanze) una città bella e sana può però esaltare la qualità della vita di chi la abita e costituire, se impariamo a farlo, un’attrattiva turistica di prim’ordine, unica risorsa questa, torno a ripetere, per la ripresa occupazionale ed economica di zone interne e di montagna come L’Aquila e l’Aquilano sono».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Monsignor Orlando Antonini, in questi giorni si discute molto in città del cosiddetto ponte Belvedere chiuso per motivi di sicurezza sin dal 2009. Secondo lei va conservato così com’è, naturalmente con una radicale messa in sicurezza, o è meglio abbatterlo e farne uno nuovo?
«Visto quanto sta accadendo a ponti e viadotti in cemento armato in Italia e non essendo praticabile, nel caso in specie, una sua ricostruzione in pietra, trovo del tutto appropriata la scelta dell’amministrazione del sindaco Pierluigi Biondi di abbattere il ponte Belvedere attuale e farne uno nuovo in acciaio. A quanto mi dicono gli esperti l’acciaio ha una stima di durata doppia di quella del cemento e minore necessità di manutenzione ordinaria».
Fra le ipotesi di ricostruzione è spuntato nei giorni scorsi un progetto tedesco che prevede un cavalcavia ad arcate che lei aveva già “immaginato” nel suo libro del 2012 “L’Aquila nuova negli itinerari del Nunzio”. Le piace il progetto tedesco e se sì perché?
«Ho visto il disegno sui siti online e devo dire, a meno non ve ne siano altri di ugual concetto, di trovare seducente questa proposta. Come appunto sostenevo nel 2012, l’effetto arcata si dimostra molto più ad hoc – di quello ad esempio a strallo – a inquadrare il profilo di tessuto urbano storico. Si configura quasi come grande arco di trionfo, nuova porta urbica d’accesso al centro storico come è stato ben detto e, con l’edilizia in curva sottostante diventa un elegante invito a penetrare in città e scoprirne i tesori. Quando il vice sindaco Raffaele Daniele, come leggo, molto opportunamente presenterà il disegno al vaglio dei cittadini, credo che anche buona parte degli aquilani troverà attraente questa soluzione».
Progetti veramente innovativi dal punto di vista architettonico in questa ricostruzione se ne sono visti pochi. Un nuovo Ponte Belvedere potrebbe essere un segno distintivo della città nuova da lei sempre auspicata e cioè “non com’era ma più bella di com’era”?
«La formula di una ricostruzione “com’era” quasi indiscriminata imposta già all’indomani del sisma, ha impedito tanto la correzione dei deturpamenti urbanistici degli anni Sessanta del Novecento in poi – sia lungo le mura cittadine e anche nel cuore fisico della città antica – quanto la ricezione di progetti d’arte contemporanea di grandi architetti italiani o internazionali che appunto avrebbero potuto ridisegnare adeguatamente questa massa edilizia incongrua, sapendo certo coniugare bellezza e sicurezza. Un nuovo Ponte Belvedere tipo quello tedesco non assurgerà magari a segno distintivo dell’Aquila come può esserlo Collemaggio o San Bernardino, ma a mio avviso costituirebbe un più che decoroso inserimento moderno nel tessuto urbano antico, abbellendo non poco la città. Sebbene, a rigore, solo un’autentica intensa esperienza spirituale apporti vera pace all’anima (siano belle o brutte le circostanze) una città bella e sana può però esaltare la qualità della vita di chi la abita e costituire, se impariamo a farlo, un’attrattiva turistica di prim’ordine, unica risorsa questa, torno a ripetere, per la ripresa occupazionale ed economica di zone interne e di montagna come L’Aquila e l’Aquilano sono».
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