Il pm: «Chiusura del traforo usata come arma di ricatto»

Accusa a Strada dei Parchi: «Minaccia per condizionare la trattativa col ministero» La replica dell’azienda: «Solo supposizioni che non portano da nessuna parte»
L’AQUILA. La chiusura del traforo del Gran Sasso come «minaccia» usata da Strada dei Parchi nella trattativa con i ministeri dei Trasporti e delle Infrastrutture per il rinnovo del piano economico finanziario della gestione di A/24 e A/25. Questa la tesi sostenuta dalla Procura dell’Aquila, nell’inchiesta sulle autostrade regionali, a cui replica l’azienda. «Nessuna minaccia, nessun ricatto», è la risposta che filtra dagli ambienti di Strada dei Parchi, «con le supposizioni le accuse fanno poca strada». È lo scontro che si profila in vista del prosieguo dell’udienza preliminare fissato per oggi.
CONVERSAZIONE CAPTATA. «L’unica cosa che ha funzionato negli ultimi anni, davvero, è stata la minaccia di chiudere il traforo del Gran Sasso». È una delle frasi chiave intercettate tra due alti dirigenti di Strada dei Parchi riportata nella richiesta di proroga delle indagini sulle condizioni di sicurezza e manutenzione dei tracciati autostradali. Il capo della Procura aquilana Michele Renzo nelle motivazioni della proroga delle intercettazioni scrive che l’annuncio della chiusura del traforo del Gran Sasso e l'aumento dei pedaggi «parrebbe essere posto dai vertici del gruppo quale scambio con il Governo centrale per l’ottenimento di benefici, che si traducono nei mancati esborsi da parte del gruppo stesso». In ballo ci sarebbe stato, dunque, il rinnovo del piano economico e finanziario (Pef) al centro delle trattative con i ministeri. In un’informativa dei carabinieri alla Procura si legge anche della «paventata ma poi rientrata chiusura del Traforo del Gran Sasso, utilizzata dal gruppo come vera e propria minaccia o dello spauracchio della messa in cassa integrazione forzata dei dipendenti, con conseguente blocco dei lavori di adeguamento, per aumentare il proprio potere contrattuale». Il testo rivela che Strada dei Parchi, all'insaputa del Mit, avrebbe continuato a lavorare al «piano B»: la riproposizione di una variante al tracciato, progetto da 6,5 miliardi già bocciato nel 2016 dal ministero in quanto estraneo alla concessione.
SOLO CONGETTURE. Per la società di gestione delle autostrade regionali, però, quelle della Procura sono solo «supposizioni» che non dimostrano nulla. Nella replica fatta trapelare dall’azienda viene sottolineato proprio l’aspetto relativo alla ridefinizione in proprio favore del piano economico e finanziario come obiettivo della «minaccia» di chiudere il traforo e mettere in cassa integrazione i lavoratori. «Quanto al Pef, che Strada dei Parchi attende da anni», fa sapere la società, «le prime indicazioni fornite dal commissario nominato dal Governo paiono perfettamente in linea con il progetto presentato dal gruppo Toto anni fa, e ciò la dice lunga su dove stanno la ragione e il torto».
L’AFFARE ALITALIA. Il procuratore Renzo, nella richiesta di proroga, cita anche conversazioni relative alla partecipazione di Toto alla cordata imprenditoriale per salvare la compagnia aerea di bandiera. «Quanto detto ha portato i vertici del gruppo a ritenere che l'interesse dimostrato nel salvataggio», rileva, «abbia in qualche modo ammorbidito il comportamento del Mit nei loro confronti». Il pm fa riferimento a una conversazione del 1° luglio 2019 tra alti dirigenti del gruppo in cui il primo «definisce testualmente l'interesse dimostrato dal gruppo nell'affare Alitalia come il do ut des per chiudere più facilmente un nuovo e consolidato Pef e ricevere i fondi per la messa in sicurezza delle arterie autostradali regionali».
VERITÀ NASCOSTA. Nell'informativa dei carabinieri, inoltre, c'è un passaggio secondo il quale sarebbe evidente il tentativo di Strada dei Parchi «con consapevole volontà, di celare i reali rischi per gli utenti della tratta autostradale al fine di ricondurre gli interventi necessari al concetto della straordinarietà, si da ottenere i finanziamenti e contributi pubblici già previsti da alcune norme e in parte già erogati». Questo ha spinto la procura a contestare alla società la mancanza di adeguate manutenzioni sui viadotti. (g.d.m.)
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