Il pm: «Ditte legate al clan Casalesi nel consorzio dell’ex generale Lisi»

11 Febbraio 2022

L’AQUILA. L’attività d’indagine dei carabinieri, che va dall’ottobre 2020 al luglio 2021, avrebbe fatto luce su un vero e proprio «patto corruttivo tra il magistrato Roberto Penna, a conoscenza, per...

L’AQUILA. L’attività d’indagine dei carabinieri, che va dall’ottobre 2020 al luglio 2021, avrebbe fatto luce su un vero e proprio «patto corruttivo tra il magistrato Roberto Penna, a conoscenza, per ragioni d’ufficio, di informazioni coperte da segreto, e gli imprenditori del consorzio Francesco Vorro, Umberto Inverso e Fabrizio Lisi» (quest’ultimo ex generale e già comandante della scuola ispettori e sovrintendenti delle Fiamme gialle dell’Aquila), «i quali avvalendosi della sua compiacenza sarebbero riusciti a evitare i provvedimenti interdittivi della Prefettura di Salerno, dove, peraltro, il consorzio in questione, ReseArch, aveva la sua sede». Sempre secondo le accuse «gli imprenditori, inoltre, avvalendosi dell’aiuto del magistrato, avevano intenzione di allacciare rapporti privilegiati con i funzionari del Palazzo di Governo di Salerno per conseguire la collocazione del consorzio nella cosiddetta white list». «Tra gli obiettivi che si erano prefissati figura anche la sottoscrizione di un protocollo di legalità tra il loro consorzio e la Prefettura». Secondo quanto emerge dall’ordinanza emessa dal gip di Napoli Rosamaria De Lellis, «nell’estate del 2020 erano diverse le ditte consorziate colpite da interdittiva antimafia della Prefettura di Napoli, una addirittura riconducile alla famiglia Piccolo, coinvolta in plurime indagini in quanto ritenuta contigua alla fazione Zagaria del clan dei Casalesi. Il trasferimento della sede del consorzio da Napoli a Salerno e il conferimento di incarichi di vertice all’ex generale Fabrizio Lisi e a un altro generale anch’egli in congedo», secondo i pm, «era riconducibile proprio all’intento di dargli una parvenza di liceità. Una delle aziende consorziate, inoltre, era controllata da una società a responsabilità limitata raggiunta nel 2013 da un’interdittiva di contrarre appalti con la pubblica amministrazione che, nel 2011, è risultata affidataria di una perizia a una spa, la Mediterranea, riconducibile a un imprenditore siciliano, Giovanni Savalle, indicato da alcune fonti giudiziarie come vicino al latitante Matteo Messina Denaro». Cinque le persone arrestate dal Ros di Napoli nell’ambito di indagini coordinate dal procuratore di Napoli Giovanni Melillo, accusate a vario titolo, di corruzione per l’esercizio delle funzioni, per atto contrario ai doveri d’ufficio e in atti giudiziari, oltre che induzione indebita a dare o promettere utilità. (f.d.m.)
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