Il sabato nero di Roma «Così sono scampata al rastrellamento al Ghetto»

Il 16 ottobre 1943 Italia era una bimba di 5 anni, ecco la testimonianza della retata «Mio padre preparò con cura la nostra fuga: destinazione Casentino e Campana»
L’AQUILA. Italia Tagliacozzo aveva cinque anni il giorno della retata tedesca in Via Portico d’Ottavia. Oggi, a 80 anni, un’attività ristorativa da portare avanti, una famiglia divisa tra Roma e Israele e nessuna voglia di fermarsi, racconta la sua storia.
16 ottobre 1943: che giorno era? Cos’è successo?
«Era un sabato mattina, “Shabbat”, il giorno di riposo per noi ebrei. Erano le 5.55, Roma ancora si stiracchiava e loro, i tedeschi, erano già all’opera per rastrellare gli ebrei e portarli nei loro campi di lavoro e morte, nessun rispetto per un Dio e per un popolo, nessun rispetto di alcun tipo. Erano le 5.55 del 16 ottobre 1943. Lo so, ma solo perché mi è stato riferito, dopo: io non c’ero».
Lei era al sicuro, lontana da via Portico d’Ottavia e dal ghetto: com’è stato possibile?
«Se io e la mia famiglia siamo sopravvissuti è stato grazie a zio Vitale, e a quei membri del Partito comunista italiano che gli hanno detto la verità sui campi di lavoro, di concentramento, e sulle leggi razziali, nient’altro che promesse di morte. Grazie a zio Vitale, e a mio padre, Leone, che ha preparato la nostra fuga nei minimi dettagli ed è riuscito a mandarci via, al sicuro, nonostante ci fosse uno sciopero dei treni in corso, alla stazione Termini. E grazie a mamma Speranza, che è partita senza indugio, sola con due figlie e le promesse di un marito, anche se sapeva che, dopo, niente sarebbe più stato lo stesso. Me la ricordo ancora mia madre quel giorno: la testa alta, i vestiti nella borsa, le mani mie e di mia sorella Enrica strette nelle sue come se stessimo semplicemente andando al mercato».
E così siete andate... dove?
«Mio padre aveva organizzato tutto: saremmo andate a vivere a Casentino, o a Campana, due paesini nelle vicinanze della città dell’Aquila. Insomma, siamo passate dall’agiatezza romana alla tranquilla realtà abruzzese. I nostri nuovi compaesani ci hanno accolte non come ebree e rifugiate, ma come amiche e sorelle, donne come le altre, donne di paese da trattare con un pizzico di riguardo in più e da avvisare con sguardi e mormorii quando si veniva a sapere qualcosa riguardante i tedeschi».
Perché siete state mandate proprio a Casentino e a Campana?
«Semplicemente perché conoscevamo già la gente con cui avevamo a che fare. Ogni tanto, quando ancora vivevamo al ghetto, arrivavano persone, contadini, dall’Abruzzo, per vendere tutto quello che non era compreso nelle tessere annonarie, o comunque non bastava: parliamo quindi di carne, latte, formaggi, alcuni tipi di verdure. Sono stati quegli stessi contadini ad accoglierci, quando siamo scappate».
Suo padre ha organizzato la vostra fuga, ma non vi ha raggiunte subito, unendosi invece ai partigiani: dopo quanto tempo siete riusciti a ricongiungervi?
«Poco prima della fine della guerra. Quando è tornato da noi, papà era su un carro, con una gamba rotta: si era allontanato dai partigiani, per venire da noi, e si era salvato per miracolo dai tedeschi. Abbiamo aspettato la fine della guerra facendo la spola tra i due paesini, e poi siamo tornati a Roma, per cercare di riprenderci la nostra vita di prima».
E una volta a casa? Come ha vissuto il suo “dopo”?
«Come ogni persona normale. Mi sono data da fare: ho studiato fino ai sedici anni, e poi ho cominciato a lavorare nell’industria tessile, rilevando prima i negozi di famiglia e aprendone poi di miei, con l’aiuto di mio marito. Ho avuto tre figlie, ho visitato Israele e ho cresciuto nipoti e pronipoti. L’anno scorso, poi, ho deciso di realizzare un mio piccolo sogno: ho aperto un ristorante, un posto tutto mio, proprio in via Portico d’Ottavia a Roma. L’ho chiamato “La Reginella d’Italia”, come mi chiamava mio nonno: è un ristorante romano, sì, ma al tempo stesso kosher, che segue i dettami della Torah. È un po’ un punto di incontro per italiani, romani, ed ebrei, persone come me che si trovano nel mezzo, o semplicemente persone con voglia di scoprire altre culture».
Storia d’Italia, d’altronde, è anche questa.
Vera Lazzaro
©RIPRODUZIONE RISERVATA.

