Il salasso delle case equivalenti: le spese a carico del municipio

Ogni mese il Comune deve pagare 4.200 euro di condominio per gli appartamenti “abbandonati” Dopo il sisma i proprietari hanno preferito lasciare i palazzi ricostruiti per altra sistemazione
L’AQUILA. Il Comune dell’Aquila continua a pagare cifre da capogiro per le spese condominiali. Il caso più clamoroso è noto. Si tratta di 77 alloggi in zona Pettino che l’ente ha avuto in proprietà con la norma sulla casa equivalente. Si tratta di appartamenti ricostruiti ex novo e poi in parte abbandonati dagli inquilini che li hanno scambiati, in molti casi, con edifici singoli all’immediata periferia della città. I 77 appartamenti sono una quota dei 201 che si trovano a Pettino, fra via Francia e via Svizzera. Da un’ultima determina si evince che per un anno e mezzo, dal dicembre 2020 al maggio 2022, la “spesa” è stata di 75.745, cioè circa 4.200 euro al mese da liquidare al “Consorzio per la costruzione di case di abitazioni per i soci delle cooperative edilizie di L’Aquila società cooperativa arl”.
Dalla determina emerge anche un altro elemento e cioè che «nel corso dell’anno 2021 i proprietari dei fabbricati siti in via Francia 20, via Svizzera 2 e via Svizzera 4 si sono costituiti in condominio e pertanto le quote a far data dal primo settembre 2021 vanno versate separatamente dal Comune a seguito di apposita rendicontazione prodotta dai relativi amministratori». Insomma gli interlocutori dell’ente locale adesso sono due.
LA STORIA
La storia delle case di Pettino è lunga e travagliata. I 77 alloggi sono all’interno di edifici costruiti molti anni fa con il sistema dell’edilizia economica e popolare: il Comune espropria il terreno e lo cede per 99 anni ad alcune coop edilizie poi riunite in Consorzio, lo Stato concede un mutuo a mini interessi e i soci negli anni pagano delle quote per rientrare di quel mutuo (in tutto si parla di circa 50mila euro a testa). La proprietà però - anche a mutuo pagato - non è dei singoli soci ma resta in capo al Consorzio. Arriva il terremoto e i “palazzoni” con i 201 alloggi subiscono gravi danni. Si decide di abbattere e ricostruire e il Consorzio (non i singoli soci) ottiene 66 milioni di euro (i soldi per rifare un’intera frazione dell’Aquila). Partono i lavori che vanno avanti senza intoppi.
il colpo di scena
Ma c’è un colpo di scena. Uno degli assegnatari decide che non vuole più stare in quella sorta di “alveare” e pensa che una casetta più comoda e più “tranquilla” non sarebbe male. E quindi si lancia sull’abitazione equivalente. Entrano in gioco due ordinanze, la 3.803 e la 3.817 del 2009. La prima sembra aprire uno spiraglio, l’altra invece pare lo chiuda. Ma qual è il nocciolo? La formula dell’abitazione equivalente prevede che si possa cedere al Comune la casa diruta, ottenere una bella sommetta e comprarsene una altrove. Ma se l’alloggio non è di tua proprietà come fai a cedere una cosa non tua? E qui parte una serie di contenziosi.
sentenze e pareri
Ci sono sentenze e pareri che sembrano dare ragione al Consorzio: la proprietà dell’appartamento non è del singolo socio e quindi la scorciatoia dell’abitazione equivalente non si può percorrere. Eppure, a un certo punto il Comune dice sì al socio che aveva per primo fatto la “pensata”. È stato come aprire una diga: altre 76 persone hanno seguito l’apripista e a “colpi” di oltre 200mila euro a testa si è arrivati a circa 20 milioni di case equivalenti. Alla fine il solito “emendamento” infilato in una legge nazionale ha risolto il problema. Piccola summa finale: 66 milioni per rifare dalle fondamenta gli alloggi dopo il sisma, 20 milioni per pagare le 77 case equivalenti, 4.200 euro al mese per le spese condominiali. Tutto a carico delle casse pubbliche.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

