Il tedesco anti-nazisti che amava la Marsica

17 Febbraio 2019

La storia di Ernesto Dimpflmeier ripercorsa durante la “Giornata della memoria” a Civitella Roveto

CIVITELLA ROVETO. A caratterizzare la tradizionale “Giornata della memoria” è stata quest’anno la presentazione, da parte di un’ospite d’eccezione, Noemi Di Segni, presidente dell’Unione comunità ebraiche italiane, di un libro-diario “Prigioniero dei liberatori” di Ernesto Dimpflmeier, tradotto dall’inglese dal figlio Peter e pubblicato dall’associazione culturale “Il Liri”, presieduta dal generale Mauro Rai. Il libro racconta l’odissea di un tedesco anti-nazista in Italia. Il padre, Ernesto Baum, era polacco, di origine ebraica; la madre, Barbara Dimpflmeier, bavarese. A figlio, a causa probabilmente dell’illegittimità della sua nascita, viene dato il cognome materno. Fino all’età di 4 anni – era nato nel 1916 – vive con la mamma a casa dei nonni in Baviera. Poi i suoi si trasferiscono definitivamente in Italia, prima a Ferentino (Frosinone) e quindi a Roma. A 18 anni, dopo una gita a Ovindoli, ne rimane affascinato, al punto da convincere la madre a trasferirvisi e mettere su un albergo, “Il Cavallino bianco”. Scoppiata la guerra, Ernesto viene obbligato a prestare servizio militare, come interprete, all’Ufficio della Luftwaffe (Aeronautica militare tedesca) di Roma. Dopo il 25 luglio, temendo di essere scoperto e deportato nei lager, taglia la corda. Inizia così il suo peregrinare per l’Abruzzo, sotto falso nome, per sfuggire alla caccia della Gestapo che aveva ormai scoperto la sua vera identità. Dopo mille peripezie, riesce a tornare Roma, dove si consegna agli Alleati che lo fanno prigioniero e lo trasferiscono negli Stati Uniti, dove rimane fino alla fine della guerra. Il giorno di Natale del 1943, Ernesto, lasciata Santa Anatolia, arriva a Morrea, frazione di San Vincenzo Valle Roveto, dopo aver percorso a piedi in mezzo alla neve 55 km. Vi rimane per oltre un mese. «Morrea», annota nel diario, «è uno di quegli sperduti villaggi diventati il rifugio più sicuro per chiunque fosse in fuga dai nazisti: prigionieri alleati, britannici, francesi, sudafricani, indiani, jugoslavi, ebrei: profughi che hanno assistito, quasi si trattasse di un dovere, compiendo questa missione nel più alto spirito di solidarietà cristiana, nonostante l’estrema povertà dei loro abitanti». È questa la vera Italia. I profughi che a Morrea trovarono rifugio furono oltre 600. «Al parroco di Morrea, don Savino Orsini, che l’aveva ospitato a casa sua, Ernesto Dimpflmeier, al momento del commiato, promette che, finita la guerra, sarebbe tornato a riabbracciarlo. Purtroppo, poco tempo dopo, l’eroico sacerdote viene scoperto e fucilato dai nazisti. Insieme a un giovane studente, Giuseppe Testa. Alla manifestazione, organizzata da “Il Liri”, in collaborazione con la sezione marsicana dell’Anpi presieduta da Giovanni D’Amico, e dal Liceo Benedetto Croce di Avezzano, hanno partecipato anche gli alunni di Civitella Roveto e di Canistro, vincitori del premio giornalistico “Franco Giustolisi”, sulla giustizia negata alle vittime del nazi-fascismo.
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