Imprenditori Ance demoliscono la legge sulla ricostruzione

16 Giugno 2015

Il presidente Frattale: «Brutta sorpresa per le ditte aquilane Una norma favorisce i grandi gruppi di fuori regione»

L’AQUILA. I costruttori...demoliscono la legge sulla ricostruzione. Si sono presi un paio di giorni per leggerla bene. E ora, arrivati all’ultima riga, fanno sentire la loro voce attraverso il presidente di Ance L’Aquila Gianni Frattale.

«Dopo una concertazione durata mesi, trattative garbate e confronti costruttivi, in cui Ance L’Aquila insieme alle altre categorie ha ceduto su molte e impegnative richieste del governo in nome della necessità condivisa di un rafforzamento della legalità e della trasparenza, le imprese aquilane si sono ritrovate con una brutta sorpresa nel decreto appena approvato dal Consiglio dei ministri. Se il torto non verrà sanato dai prossimi emendamenti, potremo a ragione considerarlo un vero e proprio colpo basso della politica dei doppi tavoli. A quel punto la nostra disponibilità al dialogo sarà da considerarsi estinta», scrive Frattale.

Il capo dei costruttori aquilani si riferisce all’articolo 11, comma 2, che rende incompatibili i progettisti e le imprese che hanno collaborato tra loro negli ultimi 3 anni.

«Con una norma apparentemente innocua», argomenta Frattale, «si è trovata la strada per favorire le imprese di fuori regione e i grandi gruppi imprenditoriali che dal 6 aprile 2009 sono già massicciamente presenti sul nostro territorio. È stravagante, inoltre, che il governo da un lato senta l’esigenza di una strategia di rilancio economico locale, tanto da aumentare con il comma 12, le risorse per le attività produttive del territorio dal 4% al 5%, e dall’altro tradisca questa esigenza con un codicillo che impedisce alle imprese locali di lavorare e di tradurre il lavoro in indotto, occupazione e benessere diffuso. Di questo passo l’assistenzialismo statale tra qualche anno dovrà essere rivolto anche alle imprese edili locali realizzando un paradosso perfetto nella città delle gru. Non ci sembra che per la ricostruzione dell’Emilia Romagna si sia adottata la stessa logica».

Il presidente dei costruttori spiega come, per il meccanismo insito nelle procedure della ricostruzione, i progettisti, a oggi siano già tutti individuati per la redazione dei progetti che seguivano la vecchia procedura della filiera ma anche per il nuovo metodo delle schede parametriche, già consegnate all’Ufficio speciale per la ricostruzione per obblighi temporali imposti. «Anche nel resto del cratere i progettisti sono già stati scelti per le fasi prodromiche alla consegna degli elaborati e conseguentemente saranno gli stessi che si occuperanno della redazione della scheda Mic e relativa progettazione. Essendo la nostra una piccola realtà, è molto frequente trovare un progettista del posto che abbia già incrociato professionalmente, soprattutto in questi ultimi sei anni, il destino di un’impresa locale, foss’anche solo per l’accatastamento di un pagliaio. Ecco che l’impedimento ad accedere ai lavori della ricostruzione dettato dalla incompatibilità introdotta dal nuovo Decreto, si riverserà tutto sulle imprese della provincia e della regione con grave danno per l’intera economia territoriale». Un punto, questo, su cui Ance L’Aquila è decisa a dare battaglia «insieme a un’altra iniquità contenuta nel comma 7 che esclude tout court dalla ricostruzione le imprese che entrano in concordato preventivo, ritenendo automaticamente risolti i contratti in corso».

«Ricordiamo», spiega ancora Frattale, «che il concordato preventivo è un istituto che controlla e tutela dal fallimento le imprese sane che entrano in affanno finanziario nonostante i crediti attesi dalla pubblica amministrazione. Lo Stato con il nuovo Decreto legifera in maniera contraddittoria, negando nel cratere sismico una formula di salvaguardia che invece concede sul resto del territorio italiano tramite la riforma della legge fallimentare».

«Da tempo», conclude Frattale, «segnaliamo ai vari tavoli il rischio di scrivere norme incoerenti e contraddittorie che potrebbero portare al blocco totale, con una giungla di ricorsi legali. Ma l’indisponibilità ormai cronicizzata dei tanto annunciati fondi e le sorprese spuntate dal Decreto ci esortano a pensare che quella giungla sarebbe forse buon alibi per chi sulla ricostruzione non intende investire».

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