Incastrato dal Dna prelevato con la scusa dell’alcoltest in strada

4 Febbraio 2021

I carabinieri hanno fermato il giovane per un normale controllo Gli altri indizi e le contraddizioni: ecco perché è finito nei guai

L’AQUILA. I carabinieri e la Procura della Repubblica (pm Simonetta Ciccarelli) ritengono di aver “incastrato” l’indagato, Gianmarco Paolucci, grazie alla prova del Dna. Per ottenere quello del presunto assassino e fare la comparazione con quello trovato sui pantaloni della vittima (l’omicida avrebbe afferrato a mani nude il corpo all’altezza delle caviglie per trascinarlo dentro il garage) gli investigatori hanno dovuto far ricorso a un escamotage. Hanno atteso il ragazzo all’uscita dal lavoro e gli uomini del radiomobile hanno fermato la sua macchina lungo la statale 17 per un “normale” controllo. Hanno fatto fare al giovane la prova dell’alcoltest e in questo modo hanno ottenuto quello che cercavano, cioè il Dna del ragazzo. Grande merito di aver individuato tracce di Dna sui pantaloni di Paolo D’Amico va al reparto investigazioni scientifiche di Roma che a novembre ha deciso di riesaminare e analizzare tutti i reperti, pantaloni compresi. Le mani sudate con le quali il presunto omicida ha afferrato i pantaloni all’altezza delle caviglie per trascinarlo hanno lasciato una traccia da cui è stato possibile ricavare il Dna.
ALTRI INDIZI. L’indagato, secondo gli investigatori, avrebbe commesso alcuni “errori” che hanno stretto intorno a lui il cerchio del sospetto. Nei giorni immediatamente successivi all’omicidio Gianmarco Paolucci era stato sentito dai carabinieri perché era fra i contatti telefonici della vittima. Alla fatidica domanda: lei dov’era il pomeriggio del 22 novembre 2019, l’attuale indagato ha risposto che finito il lavoro alle 14 circa era andato a casa della madre a Bagno fino alle 19,30, poi era tornato a casa sua. Secondo i carabinieri, invece, il giovane non poteva essere andato dalla madre a Bagno perché lei abita in uno dei Map del nuovo villaggio di Onna con il fratello minore (e in quel periodo di tempo fra lui e la madre ci sono state anche telefonate, inspiegabili se fosse stato vicino alla mamma). A Bagno Piccolo, in via della Fonte, il ragazzo è nato e conserva la residenza in quella frazione anche se fino all’arresto abitava al Piano Case di Sant’Elia dove conviveva con una ragazza. Dal controllo delle celle telefoniche sarebbe venuto fuori che il telefono di Gianmarco Paolucci il pomeriggio del 22 novembre, ricevendo alle 16,06 un sms, ha agganciato la cella in località Varranoni di Poggio Picenze che è la stessa che si aggancia se in quel momento si è a Colle Toma dove abitava l’operaio Asm. Dunque il presunto omicida avrebbe detto una bugia. Perché lo ha fatto? Per gli investigatori voleva crearsi un alibi, smentito dai fatti. Ci sono poi telefonate che Paolucci sostiene di aver ricevuto da D’Amico mentre, dalle indagini, risulta che sarebbe stato lui a chiamare. Anche su alcuni incontri fra i due ci sarebbero incongruenze. Ma quello che ha fatto alzare le antenne ai carabinieri è stato un episodio del 30 novembre 2020. Pochi giorni prima, da Roma, era arrivata la conferma che era stato individuato un Dna di una “terza” persona che presumibilmente era presente al momento del delitto. Gli investigatori hanno richiamato molti dei “clienti” di Paolo D’Amico che andavano da lui per la marijuana (si parla di un centinaio di persone) e hanno chiesto loro di sottoporsi al test del Dna. Come da verbale del 30 novembre 2020 Gianmarco Paolucci ha negato il consenso. Perché? Per rispondere alla domanda è stato necessario fermarlo per un controllo e sottoporlo all’alcoltest. Altro elemento apparentemente “minore” è che i colpi sono stati inferti soprattutto sulla parte sinistra del corpo, cosa che testimonia che il carnefice è “destrimane” come lo è l’indagato.
MOVENTE. È fuori di dubbio che Paolucci e D’Amico si conoscessero bene e questo non lo ha negato nemmeno l’indagato quando è stato sentito come persona informata dei fatti. E aveva pure ammesso che una volta era stato a casa sua “per portare scarti di carne di pecora”. I carabinieri sospettano, invece, che i due si incontrassero non per la carne, ma per la marijuana. Che D’Amico avesse molti “clienti” è stato testimoniato da più di una persona. Proprio la droga potrebbe essere stato il vero movente della tragedia. (g.p.)
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