Inchiesta sul maxi-raggiro «L’ipotesi truffa non sussiste»

31 Marzo 2018

I tre sospettati al contrattacco rigettano le accuse: «La parte lesa lavora in banca»  «Le indagini confermano che lei era ben informata sulle scelte aziendali»

L’AQUILA. Le tre persone indagate per una presunta truffa da 640mila euro ai danni di una donna, tramite i loro legali, contestano in toto le ipotesi di reato sostenute dal pm Stefano Gallo, e raccontano la loro versione dei fatti.
Attualmente, in seguito a un incidente probatorio, sono indagati per truffa due commercianti, Luciana Leonardis e Ambra Berardini e un finanziere, Sestilio Berardini. «Non è vero che qualcuno di loro avrebbe “approfittato delle condizioni psichiche forse labili” di una donna che sarebbe stata “convinta a firmare un contratto”, dicono gli avvocati. «La pretesa parte offesa, infatti, non appare affatto una persona incapace di intendere e di volere, tanto che presta la propria attività lavorativa per conto di un conosciutissimo istituto bancario, occupandosi in particolare, del delicato compito delle gestioni patrimoniali da collocarsi presso la clientela». «Non è vero che la parte lesa», proseguono, «abbia mai partecipato conferendo danari all’impresa commerciale di proprietà di Ambra Berardini, che, invece, è stata allestita con proventi e conferimenti nell’esclusiva disponibilità dell’imprenditrice. Non è affatto vero che la donna, persona laureata in legge, non avesse un ruolo nell’impresa commerciale intestata alla Leonardis cui ha volontariamente aderito, essendo invece vero, al contrario, che la stessa ha partecipato in associazione, così come non è affatto vero che la pretesa persona offesa sarebbe stata “catechizzata sulle procedure per l’accreditamento delle somme” come può facilmente evincersi proprio dal tipo di attività specialistica dalla medesima esercitato nella banca di cui è dipendente. Altrettanto falso è che la stessa sarebbe stata tenuta all’oscuro della vita aziendale, come peraltro è stato già documentato in sede di indagini in corso».
«La verità», insistono i legali, Massimo Manieri, Cristiana Valentini, Eleonora Gentileschi «è che la donna, ricevuta una rilevante eredità, e amministrando quale tutore anche le sostanze materne, ha ritenuto di investire parte di tali somme in attività di impresa scegliendo essa stessa la formula dell’associazione in partecipazione e sottoscrivendo un regolare contratto predisposto da commercialista di fiducia, essendole preclusa ogni diversa forma societaria proprio in ragione del rapporto di dipendenza in essere con l’istituto bancario. Se un tentativo di suggestione è stato operato, esso non è attribuibile all’indagata, anzi, dal contesto delle intercettazioni, appare che la stessa signora afferma, riferendosi alla sua difesa, che vogliono farla “passare per pazza”».
©RIPRODUZIONE RISERVATA