«Io, seguace delle Muse»

L’AQUILA. Satyricon, ovvero la giornata di un novello seguace delle Muse.Essere uno studente del Classico non è solo uno stile di vita, ma è una vera e propria religione: ogni giorno mi sveglio alle...
L’AQUILA. Satyricon, ovvero la giornata di un novello seguace delle Muse.
Essere uno studente del Classico non è solo uno stile di vita, ma è una vera e propria religione: ogni giorno mi sveglio alle cinque, mi inginocchio davanti al dizionario di greco e medito, ripetendo come un mantra i primi versi dell’Iliade.
Dopo una colazione a base di latte di lupa capitolina e biscotti, mi vesto, mi lavo i denti e bacio il santino di Dante Alighieri. Esco di casa non prima di aver preso il mio fedele vocabolario di italiano, di fondamentale importanza per evitare il più possibile il contagio del germe degli strafalcioni linguistici, che proliferano ormai non solo sui media, ma anche sui mezzi pubblici. Infatti, a causa della frammentazione del mio istituto, il Liceo “Domenico Cotugno”, sono costretto a prendere l’autobus per continuare i miei preziosi studi.
Vi starete sicuramente chiedendo come riesco a sopportare quotidianamente un sacrificio degno delle fatiche erculee. Vi dirò, dopo un po’ ci si abitua, soprattutto avendo in mente la figura di Cesare che, da grande condottiero, riuscì ad assoggettare gli abitanti della Gallia e ad insegnare loro il corretto utilizzo del congiuntivo, impresa da me più volte tentata con gli amici che mi offrivano in cambio utili pillole di matematica, con scarsi risultati da entrambe le parti.
Arrivato a scuola, corro in classe per non perdermi nemmeno un sintagma fuoriuscito dalle dolci labbra delle Muse di cui il mio cuore è schiavo. Confesso a Zeus onnipotente di aver molto peccato: ho aperto il libro di fisica allontanandomi così dalla Trinità italiano, greco, latino.
Purtroppo un altro giorno è finito ed è tempo per me di ritornare a casa, circondato da errori grammaticali e abbonamenti. Quando ormai la vista inizia a offuscarsi, quando il perfido “piuttosto che” usato erroneamente con il significato di “oppure” sta per impossessarsi di me, allora la vedo, chiara come le fresche e dolci acque di Petrarca, rifulgente come l’armatura di Achille: la fermata della mia domus.
Deciso a combattere fino all’ultimo come Leonida, mi lancio furente sul pulsante per prenotare la fermata. Vengo accolto in casa grondante di sudore, con la barba e i capelli sporchi e spettinati come un eroe ritornato dal polveroso campo di battaglia: “veni, vidi, vici”, urlo trionfante al popolo romano, più a pezzi della mia scuola sì, ma vincitore.
Luca Centi Pizzutillo
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