«Io, un disoccupato che dà gli alimenti al figlio che lavora»

17 Giugno 2014

Genitore di 55 anni, separato, racconta la sua disperazione: «Sono stato licenziato, l’assegno di 400 euro è una beffa»

SULMONA. Disoccupato e senza reddito, viene condannato nella causa di divorzio a pagare gli alimenti ai figli maggiorenni che lavorano e hanno uno stipendio. Una sentenza che farà discutere quella emessa dal tribunale di Sulmona nei confronti di Maurizio Margiotta, 55enne, autista senza lavoro. All’uomo è stato tolto un contributo fantasma di 200 euro nei confronti della moglie, che nessuno aveva mai stabilito e che non risulta da nessuna parte nella sentenza di separazione, mentre gli è stato accollato un contributo mensile di 400 euro per il mantenimento dei figli di 28 e 30 anni. Quest’ultimo ha un proprio stipendio, come racconta l’uomo.

«Questa sentenza è una istigazione a compiere gesti inconsulti», afferma ancora in preda allo sconforto e alla delusione Maurizio Margiotta. Frase che ha rivolto allo stesso giudice l’altro giorno quando è venuto a conoscenza della sentenza. «Ho fatto presente al giudice che stavano scherzando con la vita delle persone e lui mi ha risposto che aveva fatto il suo lavoro».

Una storia che inizia nel 2005 con la separazione dalla moglie, che aveva sposato nell’aprile del 1984 e dalla quale ha avuto due figli. Al momento della separazione il tribunale ha deciso che l'uomo doveva versare mensilmente 300 euro per il mantenimento dei figli. Alla moglie il tribunale concedeva anche la casa coniugale di proprietà di Margiotta, il quale donava alla moglie anche il negozio di fiori sempre di sua proprietà. Condizioni che il 55enne ha rispettato fino a quando è rimasto senza lavoro. «Ho versato regolarmente l’assegno per i figli fino al giugno dello scorso anno», spiega Margiotta, «poi non l’ho più fatto, ma solo perché non avevo più alcun reddito».

L’uomo è stato licenziato il 14 settembre del 2012 dalla ditta dove lavorava da tanti anni come autista. Per un anno ha ricevuto l’indennità di disoccupazione di circa 900 euro. E anche in questo periodo, nonostante l’esiguità dello stipendio, ha continuato a mantenere il suo impegno con i figli.

Finita la mobilità non ha avuto più la possibilità di farlo.

«Mia moglie si è rivolta al tribunale avviando una richiesta di pignoramento nei confronti dell’Inps», prosegue Margiotta, «pensando che avessi retribuzioni ancora da percepire». Nel frattempo è andata avanti la richiesta di divorzio presentata dall’uomo, il quale si era detto disposto al pagamento di un assegno di 400 euro nei confronti dei figli, a patto che la moglie gli restituisse un’attività commerciale.

«Un locale che a me e ai miei figli potrebbe garantire un reddito», sottolinea l’uomo. La settimana scorsa arriva la sorpresa: il tribunale emette la sentenza revocando l’assegno della moglie, che nessun giudice aveva mai assegnato, e aumentando l’assegno per i figli da 300 a 400 euro, nonostante Margiotta avesse presentato un documento dell’Inps nel quale risultava che il figlio guadagnasse uno stipendio mensile. Nessuna decisione sull’attività commerciale, che non è stata citata nel dispositivo.

 «Quando ho letto la sentenza non credevo ai miei occhi», conclude Margiotta, «ero convinto che la ragione fosse dalla mia parte e che i giudici adeguassero la loro decisione alla mia offerta: assegno per i figli in cambio del locale commerciale. Niente di tutto questo. Il giudice ha lasciato a mia moglie la casa coniugale, non si è espresso sul negozio, portando l'assegno di mantenimento dei miei figli. Una vera e propria beffa».

Claudio Lattanzio

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