Jamm’mò, 63 anni fa la rivolta per il distretto

L’intera città scese in piazza contro la chiusura del presidio militare. Nei tumulti ci furono 150 feriti
SULMONA. Sono passati 63 anni, non molti per i libri di storia, eppure sembra più di un secolo fa, da quando al grido di “Jamm’ mò la città si ribellò contro la soppressione del distretto militare.
La rabbia del capoluogo peligno esplose con la storica rivolta che infiammò la città nelle fredde giornate del 2 e 3 febbraio 1957.
Tutto comincia quando il ministero della Difesa sopprime 48 dei 96 distretti militari esistenti in Italia. Sulmona è tra questi. Contro il provvedimento si levano le proteste dei 65 comuni che formano il circondario. Era il 1954. Tre anni più tardi, il 30 gennaio 1957, la speranza che il Ministero sarebbe tornato sulla sua decisione è svanita. Ormai è certo che il distretto sarà soppresso. Il sindaco dell’epoca, il marchese Panfilo Mazzara, e la giunta si dimettono. Viene proclamato lo sciopero generale. Il 2 febbraio nel pomeriggio arriva a Sulmona il prefetto dell’Aquila Ugo Morosi, accolto da manifestazioni di protesta. La folla in tumulto lo blocca nel palazzo del Municipio. Solo a sera il prefetto riesce a lasciare la città. Nel pomeriggio del 3 febbraio, dopo una mattinata abbastanza calma, nuovi tumulti. Oltre un centinaio di fermati, mentre i feriti salgono a 150. Poi torna la calma. Il 7 febbraio il ministro degli Interni Tambroni riceve il sindaco, mentre dal governo parte l’impegno di favorire un rinnovato processo di industrializzazione.
Erano gli anni del boom economico nel resto dell’Italia, che da queste parti faticava a intravedersi. Perciò gli uffici periferici dello Stato, come il distretto militare appunto, erano percepiti come fondamentali per il benessere della popolazione.
Così i moti dello Jamm’ mò per due giorni tennero col fiato sospeso il Paese perché il tempo delle rivolte contadine si era ormai esaurito in tutto il Mezzogiorno e per la prima volta classe contadina e borghesia si ritrovano uniti contro forze dell’ordine e organi statali.
Da allora decine sono state le spoliazioni e i rischi chiusura per il tribunale, il punto nascita e gli uffici periferici di diversi enti.
Quell’eredità è stata raccolta dall’anno scorso da un’associazione che ha scelto proprio quel motto per il suo nome e per sollecitare le coscienze sulla necessità di contrastare le spoliazioni. Come detto più volte dal presidente Marco Massaro: «Perché ognuno di noi nel suo piccolo deve fare qualcosa». (f.p.)
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