L’Abruzzo del Giro visto in tv

Dall’esplosione dei colori di Rocca Calascio al fascino della piazza di Sulmona
L'AQUILA. Guardi il giro d'Italia in tv e ti sorprendi. Siamo circondati da tesori che tutti ci invidiano, ce l'abbiamo a due passi ma è come se li vedessimo per la prima volta. Le immagini della corsa rosa per fortuna non sono più quelle di una volta. Fino a qualche anno fa le tappe venivano seguite dalle telecamere negli ultimi 50 chilometri al massimo.
L'elicottero serviva solo a fare da ponte per le moto “dentro” la gara. Oggi con il digitale e con gli elicotteri che si abbassano fino all'inverosimile guardare il Giro d'Italia stando comodamente seduti sul divano è come mettersi alla finestra a osservare le bellezze naturali, le tracce che l'uomo ha lasciato sul territorio nel corso dei secoli, i borghi dal fascino mozzafiato. Se poi – come è successo ieri – all'improvviso appare Rocca Calascio si ha l'impressione di finire in una fiaba, in un luogo incantato che in passato è stato “location” di film che hanno fatto la storia del cinema: da “Amici miei”, al “Nome della rosa”, a “Ladyhawke”.
Ma anche Santo Stefano di Sessanio non scherza: il suo stazzo di pecore “rosa” sotto le antiche mura è la “foto” di tradizioni che affondano nel tempo e che ancora resistono. Ieri l'Abruzzo – le province dell'Aquila e Pescara in particolare – ha mostrato al mondo la sua immagine più bella. Una immagine che è fatta soprattutto di colori: il verde abbagliante dei boschi, il rosso e il giallo a punteggiare i prati dei pianori, l'azzurrino degli specchi d'acqua e dei tratti di fiume. I ciclisti partiti da Pescosannita (Benevento) diretti al Gran Sasso – la montagna di Pantani – sono entrati in Abruzzo da Castel di Sangro la cittadina che si apre sulla valle dove scorre il Sangro e che offre allo spettatore due gioielli: l'antico maniero e la splendida basilica di Santa Maria Assunta.
Pochi minuti e, passando lungo una strada che in alcuni tratti sembra risucchiata dalla vegetazione, ecco Roccaraso. Sullo schermo compare la scritta “Patria sciistica dei partenopei”. Poi l'immagine si allarga su un paesaggio che sembra sterminato: è il Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise dove lupi e orsi hanno trovato l'oasi che finora ne ha impedito l'estinzione. Attraverso il piano delle Cinquemiglia si arriva a Pettorano sul Gizio che dall'alto assomiglia a un leone accovacciato su un'altura. Per alcuni secondi le telecamere puntano su castello Cantelmo costruito dai Normanni nell'XI secolo e muto testimone di vicende più o meno misteriose. Ma è a Sulmona che il Giro trova la folla delle grandi occasioni. Da queste parti il ciclismo agita passioni. La città si offre in tutto il suo splendore. La telecamera stringe su piazza Garibaldi, “intrigante” come al solito. L'acquedotto medioevale ci dice che siamo in un vero e proprio crocevia della storia. E come non parlare dei “famosi” confetti e del personaggio che continua a portare il nome di Sulmona nel mondo: Ovidio. Del sommo poeta – nato nel 43 avanti Cristo e morto esule in Romania – sono state ricordate le opere ma anche i tre “processi” che 2000 anni dopo lo hanno riabilitato tanto che di recente il consiglio comunale della capitale gli ha “restituito” la cittadinanza romana. I corridori “volano” a sessanta all'ora e Pratola Peligna viene raggiunta in un baleno. Superata Popoli di cui vengono “celebrate” le Terme ecco Bussi sul Tirino.
A questo punto la narrazione delle cose belle da vedere e godere viene sospesa per un po'. L'attualità prende il sopravvento. Negli ultimi anni Bussi _ sede a lungo di uno stabilimento della Montedison _ è stata al centro delle cronache a causa della scoperta di una grande discarica che ha inquinato le falde acquifere della Val Pescara, ne sono seguiti processi e finalmente si sta cominciando a parlare di bonifica. Intanto la fuga – composta da una quindicina di corridori e che ha caratterizzato la tappa fin dall'inizio – sulla salita verso Calascio si spegne pian piano. L'immagine del ciclista che non vuole mollare e solitario sale verso Campo Imperatore con alle spalle la catena del Gran Sasso è difficile da dimenticare: c'è la sofferenza dell'atleta che attinge alle sue ultime forze, la maestosità della montagna di fronte alla quale gli uomini si fanno piccoli, la vastità degli spazi senza tempo.
Uno dei telecronisti, riferendosi alla torre medicea di Santo Stefano di Sessanio, ricorda che 9 anni fa in questa zona il terremoto ha colpito duro e i segni sono ancora evidenti. Sui monti che circondano L'Aquila sono state scritte pagine di grande ciclismo eppure – anche questo è stato ricordato durante la diretta – il velodromo dello stadio Fattori è da anni ignorato e abbandonato. Il traguardo si avvicina, il paesaggio sembra sempre più spoglio. Al verde (ormai sbiadito) si aggiunge il bianco della neve rimasta “aggrappata” ai bordi della strada. Le scritte che punteggiano il tratto più impegnativo ricordano l'impresa del “pirata” Pantani nel 1999.
Un tifoso scuote un campanaccio inseguendo scompostamente un corridore. Ormai ci siamo: ecco l'ostello, l'albergo di Campo Imperatore, l'Osservatorio, la chiesetta. I protagonisti arrivano, si infilano nell'albergo “in ristrutturazione”; poi, appena possibile, vanno verso la base di partenza della funivia per scendere a Fonte Cerreto. Quella di ieri per il Gran Sasso è stata una bella promozione di immagine. La speranza è che non resti – come accaduto in passato – solo un bello spot.
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