L’accusa: Piccone, ritorsioni al dipendente “non allineato”

L’ordinanza elenca controlli puntigliosi sull’impiegato: sotto tiro perché ritenuto autore di denunce Il sequestro di atti aveva scatenato caos negli uffici e l’ex deputato voleva “commissariare” Santilli
CELANO. Piccone voleva commissariare il sindaco Settimio Santilli perché non lo riteneva in grado di far fronte all’emergenza dovuta all'indagine della Procura e di usare il pugno duro con il personale affinché non parlasse. Questa circostanza risale alla metà del 2018, quando a dare uno scossone all'indagine sugli appalti al Comune di Celano erano state le acquisizioni documentali dei carabinieri del nucleo investigativo.
Dopo il blitz dei militari, coordinati dal maggiore Edoardo Commandè, era scoppiato il caos e sia gli amministratori, sia alcuni dirigenti, si erano mobilitati per «mettere una toppa» a numerose delibere non firmate. In un’intercettazione il segretario comunale Giampiero Attili, «aveva ammesso esplicitamente che il loro errore stava proprio nel coprire gli illeciti degli altri». Il massimo dirigente aveva detto, parlando con una dipendente: «Noi sbagliamo nel momento in cui andiamo a coprì», riferendosi a un ex funzionario comunale e a Valter Specchio, aggiungendo che finché erano loro a esporsi nelle irregolarità «non me ne può fregà di meno». Dopo le acquisizioni del 13, 14 e 21 giugno 2018 erano state captate numerose conversazioni, dalle quali secondo l’accusa «emerge con chiarezza che gli indagati abbiano nascosto atti e documenti e si siano messi d’accordo sulla versione dei fatti da dare agli inquirenti». La mattina del blitz, la dirigente Daniela Di Censo, nel suo ufficio, discuteva con l’informatico del Comune di alcuni documenti richiesti dai carabinieri: era stata invitata a non mostrare loro alcuni atti in quanto privi della firma, ma a impaginare e firmare quelli da consegnare, in modo da non farne notare la mancanza. Dopo il tecnico era andato nell’ufficio dell’altro dirigente, Luigi Aratari, per invitarlo a firmare gli atti prima di consegnarli ai carabinieri, ma questi, secondo l’ordinanza del gip Maria Proia, «aveva risposto contrariato che gli atti da firmare erano troppi, rimproverandolo di aver detto ai militari una marea di “cazzate” riguardo alla mancanza delle firme». La vicenda aveva scosso anche gli amministratori. Il 22 settembre in una conversazione tra il sindaco Santilli e Filippo Piccone, quest'ultimo si era preoccupato del fatto che alcuni dirigenti o dipendenti comunali, per difendersi, avrebbero potuto metterli nei guai: «Il problema è che questi si vanno a difendere...e rischiano di metterti in mezzo ai guai». Da questa situazione era nato un contrasto tra i due durato per settimane. Piccone si era lamentato del sindaco in quanto, secondo lui, era «incapace di gestire la crisi», cioè l’indagine. In un caso, con più persone presenti Piccone aveva fatto portare via da un suo collaboratore tutti i cellulari, temendo potessero essere controllati. Non sapeva che nel suo ufficio c’erano le telecamere. Piccone, parlando delle indagini aveva anche fatto riferimento alle vicende del Comune di Tagliacozzo e Capistrello, in quanto: «Ci portano ad alzare le orecchie, eh..».
Secondo l’indagato, se si fossero mostrati come un’amministrazione attiva, gli inquirenti avrebbero avuto una maggiore cautela, diversamente da quanto avevano fatto a Capistrello per Francesco Ciciotti, arrestato proprio pochi giorni prima. In sostanza, secondo Piccone, si sarebbe dovuto «commissariare» il sindaco Santilli, in quanto non idoneo a perseguire tale obiettivo.
Secondo l'accusa, erano state intraprese in Comune vere e proprie «azioni ritorsive» nei confronti di un dipendente che non si era mostrato in linea con l’amministrazione. L’impiegato, dopo l’acquisizione documentale, era stato erroneamente individuato quale autore di denunce ed esposti. Per tale motivo, il 13 giugno, Di Censo, secondo l’ordinanza, «si era lamentata del fatto che il dipendente si trovasse ancora alle dipendenze del Comune, in quanto non rispettava l’orario di lavoro e, pertanto, che sarebbe stata sufficiente una segnalazione per farlo arrestare (per il reato di truffa, ndc). Da quel momento, aveva cominciato a tenere sott’occhio l’impiegato, segnalandone ogni ritardo e ogni uscita anticipata, verificando puntualmente se le sue giustificazioni fossero regolari».
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