L’archeologo Redi frena sulla cattedrale di Forcona

Lo studioso: «Impossibile ricostruirla, dico sì a un’area archeologica ben fatta» Il caso della strada a ridosso di Amiternum. «No a danni ulteriori e imprevisti»
L’AQUILA. Il professor Fabio Redi, docente all’università dell’Aquila di Archeologia medievale, frena sulla possibilità di ricostruire in maniera integrale l’antica cattedrale di Forcona che si trova a Civita di Bagno e databile al XI secolo. La proposta era stata avanzata dall’ex consigliere comunale residente a Bagno, Tonino De Paolis. In questa intervista Redi parla di Forcona, dei parchi archeologici, dei castelli normanni e della necessità di finanziare opere di valorizzazione dei tesori che la storia ci ha tramandato con uno sguardo anche alle possibilità occupazionali.
Professor Redi, di recente è stata avanzata la proposta di riedificazione o in alternativa la valorizzazione a scopi turistici dell’antica cattedrale di Forcona e dell’intera area archeologica che la circonda. Lei che ne pensa?
«Per la cattedrale di Forcona se ho capito bene la proposta non è di ricostruzione parziale, bensì quasi totale, e allora il gioco non vale la candela e qualsiasi soluzione si adottasse sarebbe sempre eccessiva e contraria ai più accreditati princìpi del restauro. Troppo pesanti e arbitrarie sarebbero le soluzioni interpretative delle strutture perdute ormai irrimediabilmente. Con quali materiali o con quali criteri distintivi del nuovo dall’originale intervenire? E poi così massicciamente? La soluzione migliore mi sembra quella di creare un’area archeologica, sgombra da orpelli e da sterpaglie, tenuta pulita e attrezzata con pannelli illustrativi delle fasi e magari delle emergenze archeologiche oltre che monumentali da recuperare attraverso un corretto scavo stratigrafico. L’occasione dovrebbe prevedere una perfetta integrazione tra l’area della cattedrale e quella di Moritola (dove c’è l’antica città romana di Forcona, ndr), già adeguatamente restaurata e accessibile».
C’è un’altra questione aperta, quella del parco archeologico di Amiternum dove addirittura è stata progettata una strada. È ipotizzabile un progetto per mettere a rete le aree archeologiche dell’area aquilana?
«L’area archeologica di Amiternum, a mio avviso, dovrebbe prevedere una perfetta integrazione tra anfiteatro, teatro, cattedrale paleocristiana e altomedievale di Campo Santa Maria, catacombe di San Vittorino, chiesa di San Michele e castello normanno sull’altura. Quanto al progetto di variante della statale 80, certamente il nuovo tracciato previsto può comportare altri problemi alla percezione e alla salvaguardia del deposito archeologico, ma anche l’attuale percorso che separa teatro da anfiteatro non costituisce una soluzione ottimale. Unica motivazione a suo favore è quella della conservazione di una situazione ormai consolidata da tempo e acquisita, che eviterebbe danni ulteriori e imprevisti. A San Vittorino c’è anche un castello di origine normanna».
Che importanza ebbero i normanni per il territorio?
«A proposito del castello normanno di San Vittorino – che iniziai a scavare anni fa, senza poter procedere, come auspicato, a causa di mancanza di finanziamento atteso – l’incompiutezza della ricerca ancora mi duole. La presenza normanna nell’incastellamento del territorio è molto importante e consistente, basti pensare alla quantità di castelli censiti dal Catalogus baronum e ai modelli d’impianto importati dai Normanni nel territorio, del tipo motte and bailey (una struttura in pietra o legno montata su un monticello di terra spesso artificiale, ndr) come a Cesura e a Cascina, oltre che a Ocre, tutti quanti nella variante degli epérons amenagées, o del tipo defluente a forma di trapezio, come a Barete. E si potrebbe andare avanti».
Si potrebbe investire una parte dei fondi del 4% della ricostruzione per creare occupazione grazie ai tanti tesori che la storia ci ha lasciato?
«Certo, occorre creare posti di lavoro per giovani competenti, formati attraverso i princìpi e le modalità dell’Heritage Interpretation, cioè della promozione e sviluppo di attività di formazione nel campo della interpretazione del patrimonio ambientale e culturale. In tal modo potremo valorizzare il copioso patrimonio che il territorio conserva e contribuire in modo efficace al recupero dell’identità e della memoria che rischiano di perdere soprattutto i più giovani».
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