L’eterno uomo libero: non usava maschere dipinte dall’ipocrisia
Si sentiva “un fallito” perché odiava chi avanzava senza merito Diceva ciò che pensava, si temevano i suoi giudizi trancianti
È morto un uomo libero. E il “professore” lo era davvero. Non solo perché diceva quello che pensava senza indossare le maschere, dipinte di ipocrisia, che in una città di provincia come L’Aquila sono “vendute” a ogni incrocio. Raffaele Colapietra era un uomo libero anche da quelle “agiatezze” a cui nessuno rinuncerebbe. L’appartamento al piano terra in via Pescara 7 – pure dopo la ristrutturazione post sisma 2009 – era quanto di più spartano ci possa essere. Dopo l’ingresso un piccolo corridoio. Sulla destra il bagno, l’unico ad avere la porta. La cucina aveva solo un fornelletto a gas, giusto per un caffè ogni tanto. E poi un tavolo, una poltrona sfilacciata stile antico regime, una traballante sedia per l’ospite di turno. Tutt’intorno i suoi amati gatti, gli unici animali di cui si fidava. La tecnologia in casa Colapietra era rappresentata da una televisione – per le notizie del giorno e per la partite di calcio di cui era un appassionato, un esteta del pallone più che un tifoso – e da un telefono (086261868) da cui rispondeva con la sua voce inconfondibile che i suoi amici imitavano per riderci un po’ su ma anche per darsi un tono: «Caro amicooo» e subito si creava l’empatia.
Lui, pur dall’alto della sua sterminata cultura, era sempre pronto a collaborare, a dare una mano. Che fossero studenti, giornalisti o “storici del villaggio” cioè quei personaggi – e per fortuna ce ne sono tanti – che gli si avvicinavano come l’assetato all’acqua fresca. Colapietra non sopportava, salvo casi rarissimi, gli “accademici” – o quelli con la “puzza sotto il naso” che magari avrebbero voluto fargli la “lezioncina” sulla storia della città. Lui L’Aquila non la conosceva soltanto, lui era L’Aquila. Di un cantonale, di una viuzza, di una finestra, di uno stemma celato in un muro, poteva parlare per ore. Sapeva tutto delle famiglie aquilane grazie ai suoi studi sugli atti notarili. Era capace di fare ritratti di personaggi del passato – spesso con giudizi positivi – e del presente dei quali non salvava dal “rogo” quasi nessuno, sia che fossero politici o intellettuali. Amava L’Aquila ma ne sapeva vedere i difetti e le contraddizioni. Rabbrividiva davanti alla massiccia retorica post-sisma, ridacchiava se sentiva parlare dell’Aquila città più bella del mondo o dell’Aquila “bella mé”.
Il professore era libero anche dalla “gabbia” dei sentimenti. Si era sposato nel 1966 ma il matrimonio era durato poco. È vissuto da solo, ha rinunciato alla famiglia, a prestigiose carriere accademiche, a una vita che avrebbe potuto riservargli premi e medaglie. Si sentiva “un fallito” ma solo perché non sopportava i leccapiedi che avanzavano di grado senza merito. E lui – confessò una volta a chi scrive – preferiva non lottare contro arroganza e ignoranza, una lotta che avrebbe comportato inevitabilmente passi indietro e compromessi. Da uomo libero non se lo sarebbe perdonato. Grande oratore, capace di ammaliare per ore l’uditorio (mitiche le sue lezioni sulla storia dell’Aquila degli anni Ottanta del secolo scorso), era meno “divulgativo” quando scriveva. Nei suoi testi c’è una notizia in ogni parola e a volte fra le pagine fitte di nomi e citazioni si rischia di perdere il filo. La sua sterminata bibliografia ne ha fatto, fino a ieri, uno dei maggiori storici viventi. La sua ricca biblioteca l’aveva donata già da tempo alla “Tommasi”. Ma non aveva smesso di leggere. In tasca aveva sempre un volume di storia, filosofia, musica. Sì anche musica. Era un grandissimo appassionato d’Opera sulla quale poteva dare lezioni a chiunque.
A causa della sua libertà di pensiero all’Aquila aveva molti “nemici”. Tanti temevano i suoi giudizi trancianti. Chiedere a Colapietra di parlare in un convegno era un rischio. Non ha mai avuto timori reverenziali, nemmeno verso chi lo invitava a relazionare. Sorrideva quando veniva definito uno storico. «Sì sono uno storico» chiosava «nel senso che ormai sono vecchio, uno del passato». Negli ultimi anni non scriveva più. Chi conserva qualche suo testo autografo sa che vergava le pagine con caratteri piccolissimi ma leggibili da tutti. I libri, le recensioni e gli articoli più recenti – a partire dal suo testamento intellettuale, il volume sulla storia dell’Aquila curato dall’attuale direttrice dell’Archivio di Stato, Marta Vittorini – li dettava e non diceva mai no a chi si avvicinava a lui col rispetto dovuto.
Oggi Colapietra avrebbe riso dei “necrologi” che lo ricordano. Lui si sentiva libero. Anche dalla morte. Buon viaggio professore.
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