L’odissea di Colizza e quell’armonica restituita al bambino

La marcia dell’alpino di Avezzano sul fronte russo Il viaggio con il mulo e la generosità di una mamma
di NINO MOTTA
Uno degli ultimi alpini reduci dalla disastrosa campagna di Russia vive ad Avezzano. È Francesco Colizza che, a dispetto dell’età, dimostra una straordinaria lucidità e una memoria di ferro. Nato negli Usa, nel 1921 – da genitori emigrati e ritornati ad Avezzano, con lui ancora in fasce – a 20 anni fu chiamato alle armi. Dopo un periodo di addestramento a Tolmino, nell’estate del 1942 partì per il fronte russo. Faceva parte – col grado di caporal maggiore prima e di sergente dopo – del Comando della Julia.
«Partimmo da Udine», racconta Colizza, «i primi di luglio del ’42. Giunti a Izjum, procedemmo a piedi fino a Popowka, dove si stabilì il quartiere generale della Julia. Il comando tattico fu dislocato a Kurenyi, poco distante dal fronte del Don. Il mio incarico era di caposquadra mitragliere e avevo sotto il mio comando otto alpini. Tutti ci demmo da fare per costruire dei rifugi sotterranei. Furono realizzate sette postazioni e disposti dei servizi di guardia. La vita nei rifugi era dura. Pidocchi e topi la facevano da padroni. Fino a novembre, con i russi ci furono solo delle scaramucce. E tanti di noi ne approfittarono per intrecciare storie d’amore con delle ragazze, alcune bellissime, i cui mariti erano al fronte. A metà novembre i russi iniziarono ad attaccarci. Una notte la sentinella di guardia, un certo Dallarmi di Vicenza, si addormentò. Sorpreso da un ufficiale, fu fatto rapporto sia a lui che a me, in quanto caposquadra. Mi fu ordinato di recarmi, insieme alla squadra, al Comando. Qui appresi che a Kurenyi i russi avevano distrutto tutte le postazioni, passandoci sopra con i carri armati e seppellendo vivi tutti i miei compagni. Mi ero salvato per una punizione. Io e la mia squadra fummo allora destinati a un posto di guardia alla periferia di Popowka. Verso la metà di dicembre, i russi riuscirono a sfondare il fronte difeso dalle nostre divisioni di fanteria. A turare la falla fu inviato il Battaglione L’Aquila. Si combattè per un mese. Ma gli alpini non cedettero di un palmo le loro posizioni, fino all’ordine di ritirarsi».
Ebbe inizio così la tragica ritirata, conosciuta come la “marcia della morte”. «Lasciata Popowka», prosegue Colizza, «con la neve e la temperatura che di notte arrivava a 40 gradi sotto zero, giungemmo a Olichowtka, dove trovammo una decina di camion. Salii su uno di essi. La colonna, però, fu attaccata dai caccia russi. Sceso dal camion, insieme a un commilitone cercai di trovare un rifugio. Ci dirigemmo verso un’isba (una tipica abitazione rurale russa, a uno o due piani, interamente costruita di tavole di legno e di tronchi d’albero). Era occupata da altri militari. Accanto all’isba c’era un porcile: mi tolsi le scarpe, avvolsi i piedi in una coperta e mi addormentai. Quando mi svegliai, mi ritrovai da solo e senza scarpe. Sconfortato, scoppiai a piangere. Nell'isba, seduto in un angolo, era rimasto un alpino moribondo. Gli sfilai gli scarponi e me li infilai, Tanto a lui non sarebbero più serviti. Mi andavano stretti. Ma non avevo scelta. Proseguendo il cammino, nella bufera, a un crocevia, incontrai un gruppo di militari e mi unii a loro. La sera raggiungemmo un . piccolo villaggio abbandonato. Ci rifugiammo in una baracca. La notte fummo circondati dai russi che ci fecero prigionieri. Durante la marcia, chi restava indietro, veniva ucciso. Al mattino ci rinchiusero in una dacia isolata. Tra di noi, ho scoperto, c’era un tenente. La sera, eludendo la sorveglianza di due sentinelle mongole, fuggimmo.
Giunti a Warwarowka, bussai a un’isba, in cerca di cibo; mi aprì una donna. Mi accolse con gentilezza, ma mi disse che non aveva niente da darmi: “Italianskij khoroshò, niemà klieba, niemà klieba-italiani bravi, niente pane, niente pane”. Riuscii a racimolare solo una manciata di semi di girasole. Ci rimettemmo in marcia. Verso le due di notte, trovammo il passo sbarrato da un fiume. Il tenente intendeva seguirne il corso fino a un centro abitato, dove avremmo trovato un ponte. Del gruppo faveva parte anche un colonnello, che propose di dirigerci verso Waluiki. “Signor colonnello”, obiettò il tenente, “lei sa che a Waluiki ci sono i russi, se vuole darsi prigioniero, vada pure. Io vado per la mia strada. Chi mi vuole seguire, mi segua”. Lo seguimmo tutti, compreso il colonnello. Uno di noi, prima di riprendere il cammino, assestò un calcio nel sedere del colonnello. Un gesto impensabile in situazioni normali. Ancora oggi mi pento di non aver chiesto il nome di quel tenente. La nostra colonna, intanto, si andava ingrossando sempre più. Un giorno un alpino, incominciò a superare la fila, annunciando che più avanti c’era la sua vigna e invitando tutti ad andare a vendemmiare. Fatti pochi metri, lasciò la fila e si allontanò. Più volte, vedendo passare dei camion tedeschi, tentammo di aggrapparci, ma venivamo colpiti col calcio del fucile sul dorso della mano: “Italiani raus”. Un giorno, avvicinandomi a un covone di grano, mi imbattei in un mulo abbandonato. Lo presi. Finalmente disponevo di un mezzo di trasporto. Una notte, però, mentre dormivo in un’isba, qualcuno me lo rubò. Ripresi il cammino a piedi da solo. Mi raggiunse un soldato di fanteria: Raffaele Gala, di Foggia. Il giorno dopo, notando un’isba, andammo a bussare. Ci aprì la porta una donna anziana. Con lei c’era un bambino. Chiesi del pane, ma la donna mi rispose che non lo aveva. Aveva però una mucca. Riempì una ciotola di latte e ce lo diede, insieme a delle patate. Verso sera, riprendemmo il cammino. Fatti pochi passi, dietro di me sentii il pianto del bambino che ci seguiva, dicendo: “Balalaika, balalaika”. Capii allora che il mio compagno gli aveva rubato l’armonica a bocca, che avevo notato sulla mensola della casa che ci aveva ospitato. Gala cercò di negare. Ma, perquisendolo, gli trovai l’armonica in una tasca. E la restituii al bambino. Quando si dice l’ingratitudine! Alla fine giungemmo a Leopoli. Da qui, col treno, raggiunsi Udine. Ero fuori dall’inferno».
Nel 2001 Azeglio Ciampi conferì a Francesco Colizza l’onorificenza di cavaliere.
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