L’ultima cena con 14 commensali nella rinata abbazia sulle Rocche

La scoperta nella chiesa di Santa Lucia di Rocca di Cambio recentemente riaperta al culto dopo i lavori Nel grande affresco un personaggio in più: è la prima volta che la singolarità viene rilevata in Abruzzo
La chiesa sorge sotto Rocca di Cambio, appena oltre il guado che dalla valle dell’Aterno immette nell’altopiano delle Rocche. Popolarmente viene chiamata abbazia, ma non è rimasto nulla dei locali dell’antico cenobio. Nelle vicinanze ci sono diversi conci lapidei sparsi e con gli ultimi restauri sono riaffiorate tracce di fondamenta.
LA CHIESA. Citata dal Moretti (Architettura medievale in Abruzzo, De Luca ed., Roma 1971, p.784), che nel 1968-70 l’aveva restaurata (Restauri d’Abruzzo, De Luca ed., Roma 1972, pag. 246), la chiesa oggi si presenta con pianta basilicale a tre navate, a croce commissa, ovvero a “T”. Il modello tipico cistercense con cui il gotico dalla Francia è arrivato in Italia, dando forma anche a tante chiese importanti degli ordini mendicanti. Qui mancano, però, il coro rettangolare e le cappelle affiancate, presenti nell’esempio più compiuto in Abruzzo: S. Maria d’Arabona. È probabile che anticamente la chiesa fosse a navata unica; d’altra parte l’arco trionfale è a sesto acuto, mentre quelli lungo la navata sono a tutto sesto. Il transetto oggi sporge solo sul lato sinistro, ma nel caso di navata unica, le sporgenze apparirebbero sproporzionate. A croce commissa potrebbe essere ricondotta anche la chiesa del vicino monastero cistercense di S. Spirito d’Ocre, da cui dipendevano molte chiese del circondario. Un’altra ipotesi è che l’intera chiesa potesse corrispondere al solo braccio traverso. È comunque nel transetto-presbiterio che emerge tutta la sacralità del luogo. Le pareti sono completamente rivestite da affreschi, interrotti solo nella parte centrale da un dossale lapideo rinascimentale; un grande arco riquadrato da lesene corinzie sormontate da architrave. Sul fregio la scritta “Anno d.ni 1523 die ultimo octobris”. Nel braccio destro del transetto vi è un’edicola quattrocentesca decorata e affrescata. Altri lacerti dipinti si trovano solo sulla volta a botte della cripta. Tutti gli affreschi si sviluppano su due registri, ma quelli dell’area absidale sono più recenti e raffigurano le storie di S.Lucia e altri gruppi di Santi, quasi tutti identificabili dalle didascalie e dagli attributi iconografici. La presenza, ai loro piedi, di piccole figure a rappresentare i committenti è una soluzione adottata in altre chiese aquilane. La parete di sinistra, esposta a Nord, è la più interessante. Sotto la capriata domina l’intera parete un Cristo in trono entro una mandorla con due angeli genuflessi ai lati. Nel registro superiore si sviluppa un ciclo cristologico completo; a destra, in quattro distinti pannelli sovrapposti, le storie dell’infanzia: L’Annunciazione e la Visitazione, La Natività (con un’ampia lacuna) da confrontare con quella di Duccio e con l’esempio in S.Silvestro all’Aquila, L’Adorazione dei Magi e la Presentazione al Tempio. A destra, oltre la piccola finestra, il ciclo della Passione, in sei riquadri: Bacio di Giuda, Flagellazione, Crocifissione, Deposizione, Compianto su Cristo Morto e Resurrezione.
L’ULTIMA CENA. Nel registro inferiore, l’Ultima Cena assume un’evidenza enfatizzata tanto da occupare quasi tutta la larghezza della parete. Nell’ultimo riquadro, una Madonna con Bambino tra S. Lucia, la patrona del paese, e un santo con i paramenti papali (S. Pietro Celestino?) ma col viso “sfregiato”, importanti nella venerazione locale. Tornando all’Ultima Cena, i riferimenti agli esempi dell’Oratorio di S.Pellegrino a Bominaco (ca 1240) e a quelli di S.Maria ad Cryptas di Fossa (ca 1260) sono evidenti (G.Matthiae, Pittura medievale abruzzese, 1969). Seppur con una fattura più semplice e popolare, il modo di rappresentare con i contorni marcati e la stesura piatta del colore alla maniera greca ci ricordano gli affreschi citati, ma il riferimento più congruente è l’impostazione iconografica, con Gesù a capotavola a sinistra mentre benedice i commensali (la figura si intuisce tra i lacerti), a seguire Giovanni, adagiato sul petto del Cristo e la teoria degli apostoli al di là della mensa mistica, imbandita di tutto punto con porcellane, bicchieri, coltelli, pesci e salsicce sulla modulare scansione dei riquadri della tovaglia. Sembrerebbe mancare Giuda, come erroneamente ha rilevato il Moretti (Viaggiare negli Abruzzi, vol II, Textus 2003, p.180). Sappiamo, anche dagli esempi citati, che convenzionalmente veniva rappresentato isolato al di qua della mensa e raffigurato nelle dimensioni più piccolo seguendo il codice gerarchico proporzionale, iconografia utilizzata per tutto il Medioevo e nel primo Rinascimento. Ma a una più attenta osservazione si intuiscono, intorno a una grande lacuna, tratti della raffigurazione della testa, delle spalle e dei piedi. L’odio per il traditore deve aver scatenato la furia dei semplici, e la figura è stata picconata.
IL 14° APOSTOLO. La lunga teoria degli apostoli mi incuriosisce, e dopo aver più volte contato, devo rilevare che i commensali intorno alla tavola sono 14. Ed è la prima volta che questa singolarità viene rilevata in Abruzzo. Fortunatamente ci sono i nomi; a parte Gesù troviamo: Iones (Giovanni), S.Petrus (Pietro), S. Adreas (Andrea), S.Paulus (Paolo), S.Bartholomeus (Bartolomeo), S.Iacobus (Giacomo Maggiore), S.Bernabeus (Barnaba), S.Matheus (Matteo), S.Thomas (Tommaso), …ylippu.. (Filippo), S.Iacobus (Giacomo), S.Simon (Simone). Solo di Giuda manca la didascalia. Quindi, c’è un personaggio in più, ma oltre a Paolo c’è anche Barnaba che non fece parte dei primi apostoli, e invece, dei dodici, manca Giuda Taddeo. Forse c’era la volontà di escludere un nome odiato, ma più significativa ci appare l’amicizia tra Paolo e Barnaba. Paolo è un contemporaneo di Cristo, ha conosciuto i personaggi e i luoghi frequentati da Gesù, ma i due non si sono mai incontrati. Barnaba, precedentemente chiamato Giuseppe, fu proposto da Pietro, insieme a Mattia, in sostituzione di Giuda Iscariota, ma poi nella elezione gli fu preferito Mattia. Fu Barnaba a introdurre Paolo, dopo la chiamata di Gesù sulla via di Damasco, nella chiesa di Gerusalemme, mentre tutti ancora ne avevano paura. I due furono amici anche di Giovanni, figlio di Maria, nella cui abitazione probabilmente si era svolta l’Ultima Cena (Atti degli Apostoli 12:12), tanto da iniziare insieme il primo viaggio di evangelizzazione. Barnaba fu inviato dalla chiesa di Gerusalemme in Oriente e in particolare ad Antiòchia (Atti, 11:26), da qui si recò presso Tarso per cercare Paolo e lo condusse ad Antiòchia, dove rimasero per più di un anno. Questa importante missione nella terza città dell’impero, raccontata nelle Sacre Scritture, convinse forse i primi crociati a marciare su Antiòchia e a conquistarla nel 1098. La città divenne poi un Principato normanno sotto Boemondo di Taranto e fu sede del Gran Priorato dell’Ordine Costantiniano di S. Giorgio. Nel 1268 fu riconquistata da Baybars, sultano egiziano dei Mamelucchi, che la rovinò a tal punto da impedirle di tornare a essere una grande città. I crociati dovettero abbandonarla e molti tornarono in Europa. Quest’ultima data ci appare interessante perché prossima ai nostri fatti. Sappiamo che negli affreschi di S. Maria ad Cryptas è raffigurato il committente, Guglielmo Morelli, un crociato ricordato anche con una scritta (G. Matthiae op. cit. p.45), probabile signore di Ocre. Se anche questo ciclo cristologico di S.Lucia si confermasse attribuibile a un committente crociato di ritorno dall’Oriente, tutta la vicenda potrebbe assumere un significato dottrinale maggiore di un semplice scambio di personaggi in una chiesetta rurale.
*insegnante
di storia dell’arte nei Licei
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