«L’unico superstite del mio plotone Vedo ancora quei morti nella neve»

SCURCOLA MARSICANA. «Io», riconosce l’alpino Vincenzo Rossi, incontrato mentre seduto con gli amici davanti al bar “L'Aquario” si gode il sole di agosto, «sono stato fortunato. Furono pochi gli...
SCURCOLA MARSICANA. «Io», riconosce l’alpino Vincenzo Rossi, incontrato mentre seduto con gli amici davanti al bar “L'Aquario” si gode il sole di agosto, «sono stato fortunato. Furono pochi gli alpini del Battaglione L’Aquila sopravvissuti. Del mio plotone non si salvò nessuno. Molti morirono in battaglia, altri durante la ritirata. Io stesso rischiai continuamente la vita».
«Avremmo dovuto prendere sul serio i volantini che i russi, all’inizio dell’autunno del ‘42, mentre eravamo intenti a costruire i rifugi, lanciavano con gli aerei sulle nostre postazioni, avvertendoci in lingua italiana che saremmo morti tutti, avendo contro tre nemici: l’Armata Rossa, il freddo e la fame. E così è stato».
«Il 22 dicembre», ricorda Rossi, «a Selenyi Jar, il famoso quadrivio strenuamente difeso dagli alpini, mi salvai per miracolo. Durante la notte i russi, approfittando della nebbia, si infiltrarono nelle nostre file. All’alba ci attaccarono. Ne nacque una battaglia furibonda. In nostro soccorso intervennero gli Stukas tedeschi. Le bombe però finirono col colpire indiscriminatamente russi e alpini. Non so come, ne uscii incolume».
«Iniziata il 15 gennaio la ritirata», racconta Rossi, «ci avventurammo incolonnati, nella steppa gelata, senza una direzione precisa, con una temperatura che di notte superava i 40 gradi sotto zero e con i russi che ci attaccavano da tutte le parti. In testa alla colonna c’era la Tridentina».
Al contrario della Julia, decimata di due terzi dei suoi effettivi, le altre due divisioni del Corpo alpino – la Cuneense e la Tridentina – avevano ancora gli effettivi quasi al completo. I russi nella loro avanzata, evitarono di attaccare frontalmente gli alpini. Erano convinti che, dopo lo sfondamento più a Sud del fronte sul Don, affidato a due divisioni di fanteria italiane, gli alpini si sarebbero ritirati, per evitare l’accerchiamento. Ma dovettero fare i conti con la Julia, che, mandata a coprire il tratto del fronte rimasto sguarnito, per un mese diede all’Armata Rossa filo da torcere.
«Il 26 gennaio, a Nikolajevka», continua Rossi, «la colonna fu attaccata violentemente dai russi. Dopo un’aspra battaglia, la Tridentina riuscì a rompere l’accerchiamento sovietico, ma i morti furono migliaia. Ancora oggi mi chiedo come sia stato possibile, dopo una settimana di estenuante marcia senza dormire e mangiando solo qualche galletta, batterci con tanto vigore».
«Il calvario non era però ancora finito. Più volte fui sul punto di crollare. Un giorno vedendo non lontano un'isba, mi avvicinai nella speranza di procurarmi del cibo. Ero a digiuno da due giorni. Venne ad aprirmi una donna. Assomigliava moltissimo a mia madre. Vedendo che ero italiano mi fece entrare e mi diede delle mele secche. Non aveva altro, ma per me erano tanto. A momento di andar via mi ha abbracciato. Nei giorni seguenti, stremato dalla fatica e dalla fame spesso sentivo il bisogno di fermarmi per riposare un po’. Sapevo però che se l’avessi fatto, sarei morto in mezzo alla neve. Una fine che vidi fare a tanti miei compagni. Se molli adesso, mi dicevo, è finita. E con la forza della disperazione andavo avanti. Finché non fui fuori dall’inferno».
«Il 30 gennaio ci imbattemmo nei primi carri tedeschi, diretti a Karkov. Qui in un magazzino finalmente potei dormire in un letto. Da quando il 14 agosto ero partito da Gorizia avevo sempre dormito per terra. Con addosso gli stessi vestiti e con i pidocchi che non mi davano pace. Dopo un settimana, ci portarono prima a Kiev e successivamente a Leopoli».
«L’immagine però di quei compagni che durante la ritirata si accasciavano sulla neve, mentre noi si proseguiva senza poter fare nulla per aiutarli, c’è l’ho ancora fissa nella mente, e mi chiedo spesso se n’è valsa la pena. Siamo stati mandati al macello in cambio di niente. Dallo Stato mai ricevuto un aiuto».
«Per dare da mangiare ai miei figli, sono dovuto emigrare prima in Franca e poi in Germania e come pensione di guerra oggi mi danno un euro al giorno».
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