La Cgil: «Le grandi banche sono in fuga dal territorio»

24 Luglio 2019

L’allarme di Copersino e Marrelli: in futuro avremo la riduzione delle filiali meno posti di lavoro e la conseguente crescita del fenomeno dell’usura

L’AQUILA. «I grandi gruppi bancari stanno abbandonando L’Aquila e la sua provincia». Si perdono posti di lavoro e il territorio si impoverisce, con il rischio che cresca il fenomeno dell’usura. Un andamento nazionale, quello della diminuzione di sportelli e addetti, dovuto soprattutto alla digitalizzazione, che si sta rivelando particolarmente drammatico nella provincia aquilana. L’allarme arriva dal segretario della Fisac Cgil Luca Copersino e dal segretario generale della Cgil Francesco Marrelli. «L’andamento dei tagli», spiegano i due sindacalisti, «presenta forti differenze tra le varie regioni italiane. Nel periodo tra il 2010 e il 2018 il numero degli addetti in provincia dell’Aquila si è ridotto mediamente del 3,3% annuo, percentuale più che doppia rispetto alla media nazionale». Stiamo parlando di una perdita di 320 posti di lavoro in 8 anni, destinati a crescere nei prossimi.
«Dalle notizie che arrivano dagli istituti presenti in provincia», continuano Copersino e Marrelli, «il futuro vedrà un'ulteriore accelerazione dei tagli: tutte le grandi banche parlano di consistenti riduzioni di filiali e di personale. Numerosi i problemi che questo comporterà: dalla difficoltà di accesso ai servizi bancari per le fasce più deboli della popolazione, fino ai risvolti occupazionali». Eppure il principale motivo di preoccupazione è un altro, secondo il sindacato: «I dati dicono che tra il 2010 e il 2018 l’ammontare dei prestiti bancari alle imprese della nostra provincia si è ridotto del 24%, percentuale, che sale al 28% per le piccole imprese. Questo è accaduto nonostante la presenza di quello che veniva sbandierato dalla politica come il cantiere più grande d’Europa. Tutto lascia intendere che l’ulteriore riduzione degli sportelli si accompagnerà, nel nostro territorio, a un’altrettanta significativa riduzione dei finanziamenti».
Un nodo cruciale: «Le normative Bce», affermano Copersino e Marrelli, «impongono alle banche rigidi vincoli di bilancio legati alla concessione del credito, con adempimenti che diventano più o meno gravosi a seconda della rischiosità dei prestiti concessi. La conseguenza è che le grandi banche sono fortemente tentate di disimpegnarsi dai territori meno floridi, concentrando gli impieghi nelle aree più produttive del Paese, dove rischiano di meno. Questo comporterà l’accentuazione delle differenze tra regioni ricche e meno ricche, oltre a sgradevoli effetti collaterali, come la crescita dell’usura nelle zone che le banche abbandoneranno. È quello che sta accadendo nel nostro territorio che i più importanti gruppi bancari non fanno mistero di considerare poco appetibile: facile prevedere che nel prossimo futuro sarà sempre più difficile l’accesso al credito per gli imprenditori locali».
Tagliare gli impieghi significa piccole aziende che chiudono e giovani costretti ad emigrare per poter lavorare: «Soprattutto», conclude la Cgil, «significa porre ostacoli insormontabili sulla strada della rinascita del nostro territorio».
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