«La cultura strumento di rinascita»

23 Giugno 2018

La studiosa di letteratura italiana: «Vedo in città un grande fermento» 

Ha dedicato tutta la vita alla letteratura italiana ma non solo. Oggi a 68 anni, due figli grandi, vive una sorta di seconda giovinezza. Abita ancora al Piano Case di Roio Poggio da cui si gode un panorama stupendo, conta però entro l’estate di tornare a San Sisto nella casa ereditata dai suoi genitori. È “pazza” dei suoi due nipotini Alessio e Francesco, viaggia molto sia per “piacere” che per studio. È stata docente all’Università dell’Aquila e con lei si sono laureati centinaia di giovani. Il suo ultimo lavoro lo ha dedicato a Laudomia Bonanni, aquilana e una delle maggiori scrittrici del Novecento italiano, è prossimo un volume su Ignazio Silone. Liliana Biondi parla della Bonanni con una passione che sfiora la commozione. Nutre grande amore per L’Aquila e lo dimostra nell’organizzazione, partecipazione e promozione di decine di eventi culturali.
Professoressa Biondi, è vero che suo padre è stato in aviazione e ha preso parte agli eventi bellici degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso?
«In aviazione mio padre Giovanni è entrato quando aveva 16 anni, nel 1932, e vi è rimasto fino al 1951. L’anno prima, nel giorno di Capodanno del 1950 ero nata io, nel 1947 era nato mio fratello Paolo. Papà ci raccontava spesso le sue esperienze vissute nel periodo della guerra in Etiopia e Libia. Tempo fa, quando c’era ancora Gheddafi, ho voluto fare un viaggio in Libia ed è stato come andare alla ricerca delle “tracce” di mio padre. Ho trovato una terra bellissima nella quale gli italiani vengono accolti ancora molto bene».
Quando suo padre si congedò dall’aviazione che accadde?
«Aprì un’officina meccanica qui all’Aquila in via dell’Annunziata. L’esperienza in aviazione gli aveva lasciato grande competenza e passione per i motori. All’Aquila chi aveva un problema con un mezzo meccanico che sembrava irrisolvibile andava da Giovanni Biondi che oltre a essere bravo si faceva pagare il giusto e anche qualcosa di meno».
Sua madre, invece?
«Mia madre, Assunta Arizzi, di origini bergamasche, era una maestra elementare, ma col matrimonio lasciò il lavoro perché mio padre voleva che si dedicasse totalmente alla famiglia e ai figli visto che lui era impegnato talvolta fino a notte in officina».
Come è stata la sua educazione?
«Beh, erano gli anni Cinquanta e Sessanta. I miei genitori sono stati sempre teneri, ma molto rigorosi con noi figli. Non potevamo sgarrare con gli orari, loro dovevano sempre sapere dove e con chi eravamo. Questo mi ha molto “frenato” in periodi in cui L’Aquila era ricca di fermenti sociali e culturali. Nel 1968 mi iscrissi all’Università, era l’anno dei grandi sconvolgimenti ma io praticamente vi partecipai pochissimo, i miei non me l’avrebbero permesso, e poi alle otto di sera si doveva essere tutti in casa. Anche quando mi fidanzai con quello che poi è diventato mio marito, andavamo a cena alle 18,30. Oggi un qualsiasi giovane si ribellerebbe e stenterebbe a crederci».
In famiglia qual era il clima culturale?
«Da questo punto di vista devo tutto o quasi a mia madre. Pensi che lei, io piccola, non mi raccontava le favole classiche – Cenerentola, Cappuccetto Rosso e quant’altro – no, mi raccontava l’Iliade e l’Odissea e io fantasticavo con eroine ed eroi omerici. E poi devo confessare che “divoravo” il Corriere dei Piccoli. Ricordo pure di aver letto “Guerra e Pace” a fumetti».
Poi è arrivata la laurea.
«È un ricordo ancora molto vivo, era il 16 novembre del 1972. Furono 4 anni molto belli, grazie alla media alta dei voti fui esentata dalle tasse e ottenni assegni di studio, economicamente non pesai per nulla sulla mia famiglia. Alla fine presi il massimo dei voti e la lode con una tesi su Giambattista Vico scrittore. Il relatore era Giovanni Pischedda, un docente che per me è stato un maestro e anche un secondo padre. Uomo rigorosissimo e severissimo. Gli studenti ne avevano “terrore”. Agli esami anche un minimo errore bastava per la bocciatura. Aveva una preparazione culturale da far paura. Ricordo un seminario a Pescara in cui doveva relazionare su Ugo Foscolo. Parlò a braccio, fece numerosi riferimenti bibliografici e citò a memoria interi passi dell’opera del poeta. Fu impressionante. Anche le sue lezioni avevano una particolarità, praticamente dettava i concetti agli studenti».
Fu Pischedda a chiederle di lavorare con lui all’università?
«Sì, a pochi giorni dalla laurea mi chiese se volevo fargli da assistente e io ne fui felice. Anche quando nel novembre 1974 entrai con un assegno di studio biennale nella cattedra di Storia del teatro con Nicola Ciarletta seguitai a lavorare con Pischedda che allora dirigeva anche l’Istituto di Italiano: stilavo i verbali delle riunioni, prendevo appunti alle sue lezioni e preparavo le dispense che poi, assemblate, diventavano volume. Pensi che pochi giorni dopo l’assunzione, a dicembre, nacque la mia prima figlia, Roberta. Ero talmente presa dal lavoro e dal senso del dovere che a gennaio 1975 tornai all’università senza prendere il periodo che mi spettava per la maternità. Poi finalmente nel 1980 entrai in ruolo come ricercatrice in Letteratura italiana e cominciai a collaborare anche con l’amico e docente di primissimo livello Francesco Di Gregorio, scomparso purtroppo prematuramente».
Quali erano gli argomenti e gli autori dei suoi corsi?
«Io cercai un minimo di innovazione. Partivo sempre dalla lettura del testo dell’autore per farlo conoscere e comprendere agli studenti. Nomi? Le colonne della letteratura italiana: Dante, Machiavelli, Galilei, Leopardi, Manzoni; ma furono corsi seguitissimi anche quelli su Ippolito Nievo e su Silone, e potrei continuare a lungo».
I suoi autori preferiti?
«Quelli che ho detto. Potrei aggiungere, per stare sul Novecento e dintorni Pirandello, Calvino, Moravia. Fra gli stranieri Goethe, Cervantes e Dostoevskij e poi, ma non ultimo, il nostro grandissimo Ignazio Silone che all’inizio approcciai con un po’ di disincanto, poi me ne sono letteralmente innamorata».
Autori contemporanei?
«Camilleri certamente e poi un autore sloveno che io segnalai, come giurata – e poi vinse – al “Premio Internazionale Silone” della Regione Abruzzo: si chiama Drago Jançar e ha molti tratti che lo avvicinano all’autore di Fontamara. Fra gli aquilani segnalo Elio Peretti, per me eccellente poeta anche quando scrive di teatro».
E adesso arriviamo a Laudomia Bonanni. Lei recentemente ha pubblicato con One Group un libro su di lei che ha come sottotitolo “Il potere vitale della donna”.
«Qui ci sarebbe moltissimo da dire. Ripeto per brevità quello che ho scritto in occasione della recente presentazione del libro. Per la Bonanni la donna, pur sottomessa nei millenni dal dominio del potere maschile – sia esso familiare, politico, religioso, civile – possiede, insita alla propria stessa natura femminea lei che è generatrice di vita, un’innata qualità naturale, un innato potere vitale che, seppure inconsciamente, la portano a custodire e a preservare la vita anche quando essa non è madre di parto; e in quanto tale – come confermano alcuni studi antropologici – a superare la morte stessa. La donna è “vittima” vivente, il cui ruolo fondamentale per millenni è stato, ed in tanta parte del mondo lo è ancora, quello di parto-rire che unisce due termini forti, partire e morire e che, come tale, è stata ella stessa una sorta di morte vivente, si pensi al ruolo della Rossa nella “Rappresaglia”, la cui morte riporta ordine e pace tra gli astanti».
Lei è protagonista della vita culturale cittadina, dal suo osservatorio che città è diventata L’Aquila dopo il terremoto e cosa potrà essere in futuro?
«Il terremoto è stato tragedia e dolore. E questo guai a dimenticarlo. Ha fatto però scoprire a noi aquilani quanto bella fosse la nostra città. Prima del sisma per una serie di motivi L’Aquila era apatica, in agonia. Oggi la stiamo riscoprendo e soprattutto siamo diventati consapevoli che è un bene che dobbiamo valorizzare e difendere. È come se si fossero “sciolte le lingue”. Oggi vedo un grande fervore culturale che al di là della maggiore o minore qualità delle iniziative è la forza di cui abbiamo bisogno per guardare con ottimismo al futuro. Io sono ottimista».
Cosa fa Liliana Biondi nel tempo libero?
«Viaggio, sono stata in tanti posti del mondo e continuerò fino a quando ne avrò le forze. Frequento un corso di pizzica, mi piace la montagna. Nel passato sono andata in bicicletta e ho praticato il tennis. Ma farei mille altre cose».
Le piace più cucinare o mangiare?
«Tutti e due. Cucino di tutto anche se mi dicono che so fare benissimo pasta e ceci».
Passioni?
«Amo la musica classica, adoro in particolare Branduardi e Fabrizio De André, in tv vedo molti documentari ma anche lo sport, calcio e tennis in particolare. E poi sono tifosa della Juventus; non vado allo stadio, la guardo al televisore e da sola. Non voglio che qualcuno mi veda in atteggiamenti scomposti quando c’è un gol della mia squadra».
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