«La mia vita alla scoperta del cinema»

28 Aprile 2018

Il direttore artistico: L’Aquila esca dai suoi confini I 40 anni d’iniziative che fecero la storia della città

Gabriele Lucci è personaggio notissimo all’Aquila, città che gli ha dato molte soddisfazioni e anche qualche amarezza. Ha 68 anni, è un direttore artistico che si occupa di cinema ma non solo, un saggista e anche – aspetto questo forse meno noto – un autore teatrale e un romanziere. Laureato in Economia, ha fondato nel 1992 con Vittorio Storaro l’Accademia dell’Immagine e nel 1981 con Luciano Tovoli il primo festival internazionale dei direttori della fotografia. Ha promosso il cosiddetto sistema-cinema dell’Aquila costituito dall’Istituto cinematografico “La Lanterna Magica”, dall’Aquila Film Commission, dalla Cineteca, dalla Mediateca “Giovanni Tantillo” e dalla stessa Accademia.
Dottor Lucci lei nasce nel 1950 in via Castello, nel cuore della città. Che ricordi ha della sua infanzia?
«Mio padre era un commerciante e mia madre, che ho perso quando ero ancora molto giovane, era appassionata di cinema come lo era anche mio nonno che faceva il ciabattino. Ricordo che nella sua bottega a Natale allestiva uno splendido presepe che diventava l’attrazione per i suoi clienti ma non solo. Aveva una certa vena artistica. A 5 anni cominciai a frequentare la scuola di arte drammatica di Peppino Giampaola – fondatore con Luciano Fabiani ed Errico Centofanti del Tsa – la mattina andavo alla scuola elementare e il pomeriggio nella scuola di Giampaola dove si studiavano mille cose, dalla recitazione alla scherma. E io ci andavo volentieri, non l’ho mai vissuta come una forzatura. Alla fine c’erano i “saggi finali ” – che servivano a dimostrare quello che avevamo appreso durante l’anno – che si tenevano al teatro comunale».
Quindi lei sin da giovanissimo fu immerso nel clima culturale di quegli anni.
«Sì, il teatro mi affascinava in maniera particolare. Cominciai prima a intrufolarmi e poi a seguire in particolare Antonio Calenda, i suoi spettacoli e soprattutto come li allestiva».
Lei non ha fatto studi classici, perché?
«All’epoca, all’inizio degli anni Sessanta, si pensava che un ragioniere potesse avere nel mondo del lavoro più occasioni di chi volesse tuffarsi in un’occupazione magari bella e affascinante, ma piena di incognite. A scuola, però, ero molto più attratto dalle materie umanistiche. Coi miei compagni di classe avevamo un patto, loro mi facevamo copiare i compiti di matematica e io ricambiavo con quelli di italiano. Poi con il diploma di ragioniere, a quel tempo, non avevo scelta, dovevo iscrivermi per forza alla facoltà di Economia che frequentai a Roma».
Lei ha vissuto la sua giovinezza in una città in cui c’erano forti fermenti culturali e in cui si muovevano personaggi che avevano una visione, un’idea, sul futuro del capoluogo.
«Prima ho citato Giampaola, Fabiani e Centofanti. A loro aggiungo Nino Carloni, ma ne potrei indicare tanti altri magari meno noti ma che avevano tanta voglia di fare. La cosa che quei personaggi mi hanno insegnato è che partendo da una realtà locale, provinciale, come L’Aquila si potesse e dovesse guardare al di là: all’Italia e perché no al mondo. Il Tsa portò in città il meglio del teatro di quell’epoca anche con delle coraggiose sperimentazioni. Un nome per tutti: Gigi Proietti. L’Aquila allora primeggiava pure nello sport: il rugby su tutti ma anche, ad esempio, il volley con tornei di livello nazionale. Insomma la città si aprì a contaminazioni che le fecero bene».
Lei Lucci in questo panorama, e dentro questi fermenti, come si muoveva?
«Innanzitutto seguivo tutto quello che c’era da seguire immerso totalmente in quelli che lei definisce “fermenti”. Allora i giovani volevano essere fortemente protagonisti della loro vita e del loro futuro, erano i primi Settanta e c’era tanta voglia di aria nuova, fresca. Con un gruppo di amici, il 5 maggio 1975 aprimmo in via San Marciano il primo cineclub d’Abruzzo che si alimentava col cosiddetto circuito alternativo. Facemmo arrivare, tra tanti altri, i film di Luis Buñuel. Volevamo offrire al pubblico – arrivammo ad avere 600 soci – qualcosa di diverso, volevamo volare alto rispetto alla programmazione “ufficiale”. Andammo avanti fino al 1979».
Perché tutto finì?
«Avemmo degli ostracismi da parte dei gestori delle sale cinematografiche aquilane che ci accusarono di togliere loro il pubblico. Fummo fatti oggetto di esposti. Con noi si schierarono Dacia Maraini, Marco Pannella, Tina Lagostena Bassi. A quell’ostracismo si aggiunse anche la progressiva mancanza di fondi e dovemmo arrenderci».
Lei in realtà non si arrese, dalle ceneri del cineclub nacque all’inizio degli anni ’80 “Città in cinema”. Come andò?
«Prima ho detto che mi intrufolavo dietro le quinte del teatro Stabile. A Roma, mentre studiavo Economia, mi intrufolavo nei set cinematografici e conobbi Luciano Tovoli, direttore della fotografia che ha lavorato con i più grandi registi italiani a partire da Antonioni. Lui avrebbe dovuto fare una mostra a Piombino, io lo convinsi a venire all’Aquila e lì nacque l’idea di organizzare una mostra su come si costruisce un’immagine: dalla fotografia, alla luce, alla scenografia, ai costumi, alla musica, alle tecnologie che si aggiornavano di anno in anno, ricordo che dedicammo spazio agli operatori di steadycam che all’epoca rivoluzionò le tecniche cinematografiche. L’obiettivo era portare il pubblico a scoprire ciò che c’era dietro il grande schermo, cosa che in fondo era stata la mia curiosità sin da bambino. E così creammo la “Lanterna magica”, primo tassello di quel sistema cinema che in seguito portò alla nascita dell’Accademia dell’Immagine e L’Aquila film commission. Per 5 anni, con Città in Cinema, avemmo un successo strepitoso. Vennero maestri internazionali, ricordo per tutti i premi Oscar, Vittorio Storaro e Carlo Rambaldi. Ma non mancarono volti noti come Claudia Cardinale o Roberto Benigni».
Anche quell’esperienza dopo 5 anni ebbe difficoltà.
«Sì, è vero. Purtroppo quello fu un esempio di come spesso si è bravi a inaugurare le cose ma poi manca la capacità, da parte del sistema città, di gestirle nel tempo, di fare continua manutenzione. Nel 1985 un autorevole personaggio politico cittadino mi chiamò e in sostanza mi disse: tra Pci e Dc è saltato l’accordo su Città in Cinema. Significava chiusura dei rubinetti. Andammo avanti ancora, ma in maniera sempre più striminzita e alla fine dicemmo stop».
Un’occasione perduta?
«Sì, una delle tante direi. Io ho sempre creduto necessario, da parte della politica, individuare le giuste strategie affinché si vada oltre e ci si connetta con il resto del mondo senza perdere la propria identità. La domanda che dovremmo farci sempre è: qual è la visione, la strategia per il futuro al di là della quotidianità? È come quando un giovane a un certo punto si chiede: che voglio fare da grande? All’Aquila questa domanda è stata spesso elusa. Mi chiedo il perché, ma non ho risposte precise».
L’Accademia dell'Immagine nacque come prestigiosa eredità di Città in cinema.
«È stato il tentativo – riuscito fino al 2009 – di dare una visione, di creare qualcosa di concreto che andasse al di là dei confini locali. L’Accademia nacque grazie alla preziosa collaborazione dell’Università e dell’allora rettore Giovanni Schippa. Furono coinvolti Regione, Comune e Provincia. Sarebbe lungo fare l’elenco dei docenti che accettarono di venire all’Aquila e dei riconoscimenti che abbiamo avuto dalla stampa di tutto il mondo».
Leggo nei suoi occhi un po’ di amarezza.
«Dopo il sisma l’Accademia poteva essere salvata e rilanciata. Non è stato possibile. Sulla vicenda si è scritto e detto molto. Forse troppo. Non voglio aggiungere altro. L’ennesima occasione persa. Dalla città».
Lei ha conosciuto molti personaggi del mondo dello spettacolo. Chi l’ha colpita di più?
«Dovrei fare una lista lunghissima. Ne elenco solo qualcuno: Federico Fellini, personaggio straordinario. Ennio Morricone che mi ha aperto le porte di casa sua e messo a disposizione le sue carte e grazie a questo ho potuto scrivere un libro su di lui. E poi Leonardo Di Caprio e Clint Eastwood , due belle persone in tutti i sensi».
Cosa fa oggi, a 68 anni, Gabriele Lucci?
«Tante cose. Ne dico un paio di quelle già fatte e a cui tengo molto: dopo il sisma ho pubblicato la pièce teatrale “Stazione di transito” presentata a New York. Nel 2015 è uscito il romanzo “Il Tataurso imperiale”. E ne sto scrivendo un altro. Non mi sono mai annoiato in passato e non mi annoio certo adesso».
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