La prima scossa a dicembre 2008 E lo sciame diventò catastrofe

6 Marzo 2019

Il sisma del 2009 si era presentato con magnitudo 1,8 Richter, ma fu messo rapidamente in archivio Sullo sfondo il voto dopo l’arresto di Del Turco, l’avvento di Chiodi alla Regione e il caso-D’Alfonso

L’AQUILA. Nel dicembre 2008 l’Abruzzo e L’Aquila al terremoto non ci pensano proprio. È vero che la sequenza di scosse, il cosiddetto sciame sismico, è cominciata già mesi prima (almeno da giugno accerterà l’inchiesta Grandi Rischi), ma nessuno se n’era preoccupato più di tanto. Eppure, che L’Aquila (e l’Appennino più in generale) fosse una zona a forte rischio non era una novità. Bastava guardare alle sequenze storiche, agli studi che negli anni precedenti al 2009 sono stati prodotti, fra cui quello di Abruzzo Engineering secondo cui in città c’erano 137 edifici pubblici a rischio crollo in caso di terremoto. Uno studio costato circa 5 milioni che però fu ignorato dalla politica e da chi nel tempo aveva avuto responsabilità pubbliche.
EDIFICI A RISCHIO. Nell’elenco erano presenti la Casa dello Studente in via XX Settembre e il Convitto Nazionale, nel cuore della città. Il sei aprile del 2009 nei due edifici ci furono vittime e crolli diffusi. Tutti i tentativi condotti per via giudiziaria di fare chiarezza sul perché lo studio venne di fatto cestinato sono andati a vuoto. Almeno in sede penale. In sede civile qualche risultato – nel senso di tirare dentro le responsabilità degli enti pubblici e della Regione in particolare – si è raggiunto, ma siamo solo alle prime sentenze. Resta il fatto che la politica si è tirata fuori autoassolvendosi, o è stata “graziata”. Condanne – poche – pure ci sono state (per esempio proprio su Convitto e Casa dello studente), ma per il resto è stata una sequela di assoluzioni e proscioglimenti. Anche la città si è autoassolta e ora si pensa solo a ricostruire in sicurezza. Così dicono. Ma torniamo alla fine del 2008.
DICEMBRE 2008. Il 15 dicembre sul Centro appare una notizia di poche righe. “Una lieve scossa sismica (magnitudo 1.8) è stata registrata ieri mattina alle 9,16 nell’Aquilano. I Comuni più vicini all’epicentro sono Poggio Picenze, Fossa e Ocre (in particolare la frazione di San Panfilo). La scossa è stata avvertita soltanto da poche persone e non c’è stato allarme”. Il 15 dicembre, però, l’Abruzzo e L’Aquila erano distratti da altri avvenimenti. Tutti erano in attesa di conoscere il nome del nuovo presidente della giunta regionale e dei consiglieri. Il voto a metà dicembre non è cosa “normale”, ma quell’anno (all’inizio di luglio) un’inchiesta sulla gestione della sanità aveva travolto la giunta di centrosinistra guidata dall’ex ministro e sindacalista Ottaviano Del Turco che nella sua cella del carcere di Sulmona dovette firmare le dimissioni e quindi si rese necessario anticipare il voto di due anni. Ma non c’erano solo le urne. Pescara in particolare era stata percorsa per tutto il giorno da voci che parlavano di un imminente arresto di Luciano D’Alfonso, il sindaco. La conferma si ebbe intorno alle 23 e fu uno tsunami prima per le redazioni dei giornali e poi per l’opinione pubblica. Quella sera il Centro fu colpito anche da un lutto: la morte a 83 anni di Carlo Caracciolo. Appartenente alla nobile famiglia dei Principi di Castagneto e Duchi di Melito, Caracciolo era stato il fondatore del “Gruppo L’Espresso” di cui anche il Centro all’epoca faceva parte. Le Regionali furono vinte dal centrodestra e sulla poltrona più prestigiosa di Palazzo Centi (allora sede della presidenza) finì Gianni Chiodi (ex sindaco di Teramo) con quasi il 49% dei consensi. Il candidato del centrosinistra si fermò a poco più del 42. Nei giorni successivi il terremoto politico e giudiziario fu annacquato dall’incedere delle feste natalizie. Furono giorni in cui si cercò di mettere da parte le tante “emozioni” delle settimane precedenti, caratterizzate anche dalla costante presenza di leader nazionali fra cui Silvio Berlusconi, allora presidente del consiglio che imposterà e guiderà, dopo il sisma dell’aprile 2009, d’intesa con la Protezione civile, la fase dell’emergenza che durerà quasi un anno. La “scossetta” del 14 dicembre, che storicamente è considerata l’avvio dello sciame sismico che portò alla catastrofe, fu messa rapidamente in archivio, destinata all’eterno oblio, una sorta di macchietta nera su una pagina bianca di giornale. E oggi invece ne parliamo ancora.
GENNAIO 2009. Il 2 gennaio, quando i giornali ripresero le pubblicazioni dopo il tradizionale giorno di stop di fine anno, la cronaca era ancora incentrata sugli echi di quanto accaduto prima di Natale. Le notizie aquilane ripetevano però un cliché che a Capodanno è un po’ sempre lo stesso. Ci furono alcuni feriti per i botti, Thomas Carrozzi era stato il primo bambino a salutare il nuovo anno, immancabile la foto con la gita di prima mattina alla “Crocetta” per fare colazione e guardare la città dall’alto in basso. Molto rilievo aveva la morte di Gaetano Bafile, giornalista aquilano che si era trasferito negli anni Cinquanta del secolo scorso in Venezuela e dove con l’avvocato Attilio Cecchini (che però qualche anno dopo era tornato all’Aquila) aveva fondato a Caracas “La voce d'Italia” segnando epiche pagine di giornalismo. Immancabile un ampio servizio sull’imminente fiera della Befana, che il 5 gennaio avrebbe riempito di bancarelle, come avveniva da più di sessant’anni, tutto il centro storico cittadino. Il tre gennaio spuntano le prime polemiche sulla formazione della giunta regionale (il solito tira e molla fra i partiti). Ma anche nel Comune dell’Aquila le cose non vanno lisce. Le cronache parlano di rimpasto di giunta perché l’allora sindaco Massimo Cialente (in sella dalla primavera 2017) stava per “dimettere” due donne assessore, Luigia Tarquini e Roberta Celi (un po’ come ha fatto l’attuale primo cittadino Pierluigi Biondi con Annalisa Di Stefano e Sabrina Di Cosimo, anche qui come si vede nulla di nuovo sotto il sole). Si tratta per il momento di scaramucce che sfoceranno, tempo dopo, in un vero e proprio scontro politico sui temi dell’urbanistica (da sempre chi tocca quei fili “muore” verrebbe da chiosare). Fra decine di notizie c’è anche una riflessione della poetessa e scrittrice Patrizia Tocci che in un testo rubricato “L’Aquila che non c’è più”, partendo dal fatto che uno storico negozio di giocattoli e oggetti per la casa sito nella parte alta del “Vicolaccio” (via Sallustio) era stato chiuso per far posto a una banca, parla dei repentini cambiamenti che la città sta avendo e conclude: “Se n’è andato un secolo, anzi un millennio”. Il terremoto, pochi mesi dopo, penserà a cancellare sia quello che arrivava dal passato che ciò che si proiettava al futuro.
UN ANNO DURO. Il 4 gennaio in prima pagina ci sono titoli che riletti oggi sembrano profetici. Il direttore del Centro Luigi Vicinanza intitolava il suo editoriale “Sarà un anno duro”. Il neo-presidente della giunta regionale Chiodi completava: “Un 2009 lacrime e sangue”. Ci si riferiva alla crisi economica che dal 2008 aveva cominciato a erodere i redditi, a far salire la disoccupazione, a impoverire le classi medie e a far finire in miseria milioni di persone. Nessuno poteva immaginare che quelle lacrime (e quel sangue) sarebbero state realmente sparse fra le macerie delle case crollate segnate per sempre dal lutto e dal dolore. Il sei gennaio, a parte gli echi della fiera della Befana, domina la notizia che l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha trascorso il week-end a Rocca di Mezzo con la moglie, la signora Franca. Ciampi a Rocca di Mezzo da anni aveva una casa nella quale “rifugiarsi” nei pochi momenti liberi. Ma c’è un altro personaggio, tutto aquilano, del quale si occuparono le cronache di quei giorni: Mario Magnotta, deceduto il 5 gennaio del 2009. Magnotta, ex bidello in una scuola superiore (l’istituto tecnico commerciale), era diventato una “celebrità” (e per certi versi lo è ancora) perché anni prima era stato preso di mira con alcuni scherzi telefonici. Le sue reazioni, le sue imprecazioni, i suoi urli e un intercalare genuino e ingenuo allo stesso tempo, lo trasformarono in un vero protagonista della vita cittadina. Le sue “performance”, la più nota è quella della “lavatrice” sono ancora oggi rintracciabili sulla rete e seguitissime. Un’altra storia, legata ai culti religiosi, stava per entrare di prepotenza nel dibattito cittadino, una storia di cui, per motivi ben diversi, si parla ancora. Il sei gennaio, infatti, la stampa locale rende noto che la chiesa di Santa Croce (che si trova in un ambito urbanistico che da area a breve è diventata area da riqualificare con la riscoperta di Porta Barete) era stata concessa dal Comune alla chiesa Ortodossa. La chiesa di Santa Croce oggi è inagibile e tutta l’area attende, da 10 anni, la ricostruzione e la valorizzazione.
(1-continua)
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