La storia, un faro per la ricostruzione

I temi della rinascita del capoluogo al centro del dibattito dell’assemblea della Società italiana per la storia dell’età moderna
L’AQUILA. La storia è certo “maestra di vita”, ma può servire anche a ricostruire meglio una città come L’Aquila colpita da un devastante terremoto (anche se c’è chi si ostina a definirlo un “piccolo” sisma, quasi una bazzecola, una folata di vento). I temi che riguardano la rinascita del capoluogo d’Abruzzo a 10 anni dalla scossa del 6 aprile del 2009 sono stati ben presenti nella XVI assemblea annuale della società italiana per la storia dell’età moderna (Sisem). Un evento affidato alla “regia” della professoressa Silvia Mantini dell’Università dell’Aquila, presidente del comitato organizzativo. Nei tre giorni dell’assemblea, dal titolo “Ricostruire storie” che si è svolta nella sala Ipogea del Palazzo dell’Emiciclo, c’è stata la presenza di un centinaio di storici di tutta Italia – con in testa il presidente della Sisem, Luigi Mascilli Migliorini – i quali, fra una sessione e l’altra, hanno avuto la possibilità di visitare alcuni dei monumenti (da Collemaggio a San Bernardino, a Palazzo Camponeschi) che sono stati restaurati nel post-sisma. All’Aquila e alla sua ricostruzione è stata dedicata, venerdì pomeriggio, una sessione specifica, coordinata dalla professoressa Mantini, alla quale hanno preso parte, fra gli altri, la soprintendente per L’Aquila e i comuni del cratere Alessandra Vittorini e il soprintendente per Frosinone, Latina e Rieti, Stefano Gizzi, aquilano, il quale dal 18 luglio 2016 al 17 settembre 2017, è stato segretario regionale Mibact per l’Abruzzo.
I CONTENUTI. Le relazioni e il dibattito che ne è seguito sono stati chiaramente di altissimo livello culturale e non sono mancati spunti che hanno portato la discussione su questioni concrete e di grande attualità. La soprintendente Vittorini ha tracciato brevemente la storia dell’Aquila che nasce alla metà del XIII secolo come città di fondazione. Ha poi illustrato l’attività del suo ufficio sia per quanto riguarda la ricostruzione privata (riferita agli edifici vincolati i quali occupano il 70% del cuore del capoluogo) attività che ha visto l’esame dei progetti di oltre 300 aggregati per una spesa che ha superato abbondantemente il miliardo. Più lenta, ma non è una novità, la ricostruzione pubblica anche se, ha sottolineato Vittorini, si sta procedendo in modo da rispettare gli obiettivi prefissati (nelle prossime settimane verrà riaperta un’altra chiesa storica, quella di San Silvestro).
DEMOLIZIONI E SICUREZZA. Gizzi ha poi dato la “stura” a una questione che l’architetto aveva sollevato anche durante il suo periodo aquilano e su cui è stato da sempre molto critico: la corsa a demolire tutto il possibile in nome della sicurezza. Su questo aspetto Vittorini ha fornito un dato che non è certo inedito, ma sul quale si è riflettuto poco: su circa 200 persone decedute la notte del sei aprile all’interno delle mura cittadine, 115 sono state uccise in 7-8 punti (soprattutto in via XX Settembre e via Campo di Fossa) dove si sono verificati crolli di edifici in cemento armato costruiti nel secondo Dopoguerra, lo stesso periodo in cui gli aquilani hanno fatto case a ridosso della splendida cinta di mura che oggi gli stessi aquilani – o i loro eredi – stanno cercando di recuperare e valorizzare anche se per ora, Porta Barete a parte, nessun edificio è stato spostato di un centimetro. «Sembra un paradosso», ha detto la soprintendente, «ma ha resistito meglio la muratura tradizionale che non il cemento armato, che, a distanza di decenni, non dà certezze. Con questo non voglio demonizzare il cemento armato, tutt’altro, faccio solo una constatazione».
LE TECNICHE. Paolo Mascilli Migliorini in questo contesto ha inserito un altro elemento di discussione: se in passato nel ricostruire o ristrutturare si fosse tenuto conto della storia (anche quella del singolo edificio) forse si sarebbero fatti meno errori. E il riferimento è stato ai tristemente “famosi” cordoli di cemento che in molti casi hanno provocato il crollo di murature che probabilmente, senza quei pesanti cordoli, sarebbero rimaste in piedi. Sulla “furia” di demolire a tutti i costi Gizzi ha fatto l’esempio di Amatrice dove, a parte qualche chiesa, nulla è stato lasciato in piedi. Una “furia” che secondo l’architetto porterà Amatrice, ma forse anche le frazioni dell’Aquila che hanno un’edilizia “povera”, alla perdita di identità, identità che non è parola astratta, ma è frutto di una lunga stratificazione storico-culturale. La conseguenza potrebbe essere che le nuove generazioni non si sentiranno attratte dal restare o tornare nei luoghi delle loro origini. Insomma c’è il rischio di ricostruire “per nessuno” o quasi.
IL FUTURO. Infine ci si è soffermati sulla destinazione d’uso dei monumenti restaurati e restituiti alla comunità. E qui Gizzi è apparso aperto a nuove soluzioni. «Tutto ciò che ci è giunto dall’antichità, se si eccettuano i teatri e gli anfiteatri di epoca romana», ha detto, «non ha più le funzioni originarie. Per cui conservazione e valorizzazione passano anche per una rivisitazione degli spazi con un utilizzo al passo coi tempi». Nel corso dell’assemblea sono state presentate le novità del Progetto Incipict (Innovating City Planning through Information and Communication Technologies), uno studio dell’Università dell’Aquila che connette l’obiettivo di applicazione di nuove tecnologie, anche con il 5G, alla trasmissione della storia nei nuovi edifici ristrutturati.
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