La terra tremava, ma non lasciò mai la casa

28 Aprile 2023

Ostinato nel suo no alla Protezione civile: «Il terremoto? Una narrazione al servizio di Berlusconi»

L’AQUILA. Si fermò sulla soglia, rifiutandosi di uscire e trovando la forza di contrastare l’invito a lasciare la sua casa, l’unica ancora abitata in centro all'indomani del terremoto del 6 aprile. Un gesto che fece di Raffaele Colapietra uno dei simboli, se non il simbolo, non voleva arrendersi a quella devastazione. Il suo racconto è tra i più significativi tra quelli riportati nel docufilm “Draquila-l’Italia che trema” di Sabina Guzzanti: dietro al suo desiderio di non abbandonare né i propri gatti, né i propri libri c’erano le ansie e le aspettative di un’intera comunità che non voleva rinunciare ai propri spazi e alla propria identità. «Affacciandomi dal balcone la mattina del sei aprile», confidò dalla sua abitazione alla troupe che lo intervistava a pochi mesi dal terremoto, «ho visto questo panorama che è quello che vedete voi, un deserto senza una luce, senza una famiglia, senza una voce». Da qui il racconto con una punta di sottile ironia. «C’è stato questo impatto con la Protezione civile e con “i salvatori”, cioè coloro che venivano qua e si concentravano con estrema insistenza e anche con “estremo calore” che naturalmente degenerava spesso anche in una forma di, sia pure involontaria, intimidazione, per indurmi ad abbandonare la casa, per la mia salvezza. Volevano strapparmi alla morte, una morte che non c’era e che io non consideravo imminente. Tuttavia, l’insistenza di queste persone, uno spettacolo di una decina di omaccioni, mi aveva in qualche modo spinto a mettere il trench e prendere in mano la mia solita borsa». Non varcò la porta d’ingresso. «Benedico ancora quella forza e quell’istante». Una scelta che ha sempre rivendicato. «Feci qualcosa che mi sentivo», dirà anni dopo. «Peraltro la mia casa era danneggiata, ma non distrutta. Avevo tutta la possibilità di restare. E invece, purtroppo, ho visto moltissimi miei concittadini abbandonare L’Aquila per non farvi ritorno, se non dopo mesi, anni a volte. Qualcuno ha lasciato la città per sempre. Questa città, in qualche modo, è stata tradita». Un capitolo, quello del terremoto, che Colapietra ha sempre raccontato da una prospettiva interessante. «Quella del terremoto è stata una pagina particolare», ha detto più volte, «una narrazione a servizio di chi era a capo dell’allora governo: Silvio Berlusconi che sfruttò tutte quelle visite per accrescere il suo consenso personale. In quei giorni sentivo certe dichiarazioni di Berlusconi che sembravano echeggiare l’Io sono la resurrezione e la vita di Gesù Cristo”. Sembrava dicesse: posso far rivivere i morti e posso farlo a modo mio. Ed è quello che ha fatto: ha permesso a questa città di “morire” consentendo alle persone di andar via, mandandole in vacanza. Salvo, poi, farsi il garante di una “resurrezione” all’interno delle famose 19 aree. Per non parlare di quello che accadde con la commissione Grandi Rischi. In questo, ricordo con affetto l’impegno dell’avvocato don Attilio Cecchini in quella delicata battaglia legale». (fab.i.)
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