Lager di Collemaggio nei fascicoli spariti per settant’anni

Nella “Via Tasso aquilana” torture e uccisioni di partigiani Tra questi un 21enne studente universitario montenegrino
L’AQUILA. Durante l’occupazione dell’Aquila (da metà settembre 1943 ai primi di giugno 1944) i tedeschi avevano “realizzato” all’interno dell’area di Collemaggio (dove c’era l’ospedale psichiatrico) un luogo detenzione e tortura passato alla storia come la “Via Tasso aquilana” (l’edificio in via Tasso a Roma durante l’occupazione nazifascista divenne tristemente famoso come luogo di reclusione e tortura). A Collemaggio venivano seviziati e in molti casi uccisi partigiani e coloro che in qualche modo ostacolavano la presenza nazista in città e circondario. C’erano dei militari teutonici che si dedicavano (con la complicità dei fascisti locali) alla caccia di quelli che venivano definiti “banditi”.
LA STORIA. Ciò che accadeva in quel “lager” è stato raccontato dai sopravvissuti e ne ha parlato ampiamente lo storico Walter Cavalieri nel suo fondamentale volume “L’Aquila dall’Armistizio alla Repubblica”. Tra i seviziati e uccisi ci fu un giovane slavo, Panto Cernovic, studente universitario nato a Kaunas nel Montenegro il 21 novembre del 1923 e ucciso all’Aquila il primo giugno 1944. Il giovane, raccontano gli storici “dopo aver passato le linee e collaborato con gli Inglesi era all’Aquila per contribuire alle operazioni antitedesche nel territorio. Catturato e accusato di spionaggio fu rinchiuso a Collemaggio dove i prigionieri venivano interrogati e torturati prima di essere sottoposti a un farsesco processo. In attesa di venir giudicato, fu freddato a bruciapelo e lasciato agonizzante a fianco di due altri prigionieri". Gli aquilani, a liberazione avvenuta, dopo un solenne funerale, lo tumularono nel cimitero dove fu apposto un cippo “perché sia ricordato e onorato in ogni tempo il suo martirio». La salma del partigiano fu poi traslata nel sacrario di Sansepolcro, ma nel cimitero dell’Aquila è stato mantenuto il cippo alla memoria. La vicenda del giovane l'ha raccontata anche Goffredo Jukic, suo amico fraterno, oltre che suo compagno di cella, nel romanzo “Uomini zero”.
IL FASCICOLO SEGRETO. A quasi 80 anni da quegli avvenimenti ora sappiamo che sulla morte di Panto Cernovic (questo il nome che si legge sugli atti giudiziari, mentre sulla lapide c’è Cemovic) fu aperta un’indagine chiusa nell’ottobre 1950 con una sentenza di “non doversi procedere per essere ignoti gli autori del reato”. Nel fascicolo “nascosto” per 70 anni negli archivi del tribunale dell’Aquila e solo oggi – dopo il trasferimento all’Archivio di Stato – consultabile, non c’è molto di nuovo sulla vicenda se non che la morte del giovane fu trattata dalle autorità (e non solo quelle del 1944) con estrema sufficienza. Nell’incartamento c’è la testimonianza dell’allora capo operaio del cimitero, Alberto Ciocca, 33 anni, dell’Aquila, che afferma: “Sabato 3 giugno 1944 venne al cimitero l'interprete del comando tedesco dell’Aquila, certo Giovanni, in occasione del seppellimento di un soldato tedesco. Io gli feci presente che il cadavere di quello slavo che voi mi dite si chiama Panto Cernovic di 21 anni trasportato al cimitero nel mattino di venerdì 2 giugno, si trovava ancora nella camera mortuaria del cimitero. L’interprete tedesco mi rispose che potevamo senz’altro seppellirlo perché egli si sarebbe interessato di tutto. Con tale assicurazione detti ordine agli operai di effettuare la sepoltura, ma prima mi raccomandai con l’interprete di comunicarmi al più presto le generalità precise del defunto e ne ebbi assicurazione ma fino a oggi – 6 giugno – non ho ricevuto nulla. Mi interesserò presso il comando tedesco per una sollecita soluzione delle ulteriori pratiche”. Da quello che si sa il corpo fu tumulato dopo la liberazione della città. Nel 1950, il 13 giugno, sesto anniversario della Liberazione dell’Aquila, la Questura, su richiesta della Procura, inviò un “rapporto” nel quale si legge: “Non è stato possibile accertare le cause, il luogo e le modalità della morte del Cernovic Panto, il cui cadavere fu portato al cimitero dell'Aquila qualche giorno prima della ritirata delle truppe tedesche da questa città. In quell’epoca i tedeschi eseguirono in Aquila e dintorni diverse fucilazioni e rappresaglie senza peraltro informarne le autorità italiane e lasciando perfino i cadaveri delle vittime sul posto dei massacri. Il Cernovic deve essere uno dei numerosi slavi che fuggiti dai campi di concentramento svolgeva attività partigiana nelle retrovie tedesche”. Nonostante la storia del giovane montenegrino fosse già molto nota, per la Questura “nulla si sapeva della sua morte” e Panto era “uno dei numerosi slavi” vittime dei tedeschi. Nessun cenno al lager di Collemaggio. Fu il segno che la rimozione di quelle vicende a livello istituzionale era già un dato di fatto. Il 3 ottobre 1950 venne emessa la sentenza “in nome del Popolo Italiano” dalla sezione istruttoria presso la Corte d’Appello dell’Aquila “nel processo contro ignoti militari tedeschi per avere a colpi di arma da fuoco cagionato la morte di Cernovic Panto. L’ufficiale di Stato civile dell’Aquila, con nota del 3 giugno 1944, comunicò al Procuratore di Stato che era stato trasportato nella camera mortuaria del cimitero il giovane Panto Cernovic che presentava numerose ferite di arma da fuoco. Il custode del cimitero, interrogato, riferì che il cadavere del Cernovic era stato trasportato nella camera mortuaria il 2 giugno e che lui, il giorno successivo, aveva interessato l’interprete del comando tedesco per le pratiche relative al seppellimento. L’interprete fu indicato senza alcuna specificazione sicché non è stato possibile identificarlo ed esaminarlo anche se, essendosi recato al cimitero il giorno 3 giugno, con tutta probabilità non avrebbe apportato elementi utili al processo in ordine alla generalità degli uccisori del Cernovic. Le indagini successivamente eseguite dalla polizia giudiziaria hanno accertato che Cernovic fu fucilato da militari tedeschi di stanza all’Aquila, ma non sono riuscite a identificare i militari che procedettero con la fucilazione. Per questo deve dichiararsi sentenza di non doversi procedere essendo gli autori del reato rimasti ignoti”.
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