L’Aquila 2026, il racconto di Paride Vitale: «Città costretta a una prova estrema, ma oggi può guardare fiera al futuro»

Lo scrittore e personaggio televisivo nato a Pescasseroli, descrive la città nel suo libro “D’Amore e d’Abruzzo”: «Dopo il terremoto le istituzioni culturali sono state spostate in periferia, non vediamo l’ora che tornino»
L’Aquila è una città incredibile. Se c’è un posto per cui vale la pena usare la parola «resiliente» (la parola più usata a casaccio degli ultimi dieci anni insieme a disruptive), quel posto è proprio il mio capoluogo di regione. Io ho vissuto la città in diversi modi, a seconda delle varie fasi della mia vita. Per un po’ ci siamo persi di vista, ma non abbiamo mai smesso di amarci. Il nostro rapporto non è nato nel migliore dei modi, però… Nella mia infanzia, L’Aquila era la città della dentista, la dottoressa Gigliola, e quindi ogni volta che mia mamma mi diceva che dovevamo andarci non è che facessi esattamente i salti di gioia. Nonostante la sofferenza, la città già si impegnava a sedurmi. Anche perché durante la passeggiata dello struscio di rito, da piazza Duomo – dove c’era lo studio dentistico – alla Fontana Luminosa, un qualche regalino consolatorio lo rimediavo sempre. L’Aquila, poi, ha fatto da sfondo a tanti racconti giovanili di mio papà che ci aveva studiato, in collegio, e che amava descriverla come la città «più signorile d’Id’amore e d’abruzzo 90 talia». Credo che la definizione sia ancora oggi davvero calzante e che la città e i suoi abitanti incarnino al meglio il binomio abruzzese «forte e gentile». Per darvi un’idea di quanto L’Aquila fosse viva prima del terremoto, basta snocciolare un po’ di numeri e di fatti. I suoi 70mila abitanti potevano scegliere tra quattro cinema e due teatri attivissimi: il Teatro Stabile d’Abruzzo, di cui è stato direttore e presidente Gigi Proietti; e il Teatro Nuovo, totalmente dedicato alla comicità. La piazza era così attiva e florida che le due strutture avevano costantemente programmazioni in parallelo. Al Teatro Comunale aveva la sua base dal 1970 anche l’Orchestra Sinfonica Abruzzese, una delle realtà musicali più prestigiose al mondo, che vanta collaborazioni con mostri sacri come Riccardo Muti, Uto Ughi, Salvatore Accardo e Plácido Domingo (solo per fare qualche nome). Una citazione non si può non riservare al Conservatorio Alfredo Casella, capace di attrarre studenti da tutto il mondo. Dopo il terremoto tutte queste magnifiche istituzioni culturali sono state spostate in periferia, ma io e tutti gli aquilani non vediamo l’ora di vederle tornare a vivere nel centro della città. Gli abitanti del capoluogo abruzzese hanno dimostrato le loro proverbiali doti di tempra e signorilità dopo il devastante sisma che ha messo in ginocchio la città nel 2009. Quel dramma e quella distruzione, davvero inimmaginabili, li hanno costretti a una prova estrema. Attingendo a tutta la forza gentile di cui sono capaci, hanno ricostruito e ridato dignità alla loro città ferita, riportandola incredibilmente alla vita. E oggi L’Aquila guarda fiera al futuro.
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*tratto dal libro “D’Amore e d’Abruzzo” (Cairo, 2024).
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