L’editoriale

L’Aquila Capitale italiana della Cultura, da oggi cambia il racconto

17 Gennaio 2026

La città all’esame di maturità: dalla resilienza post sisma alla visione di lungo raggio

L’avvio ufficiale di L’Aquila Capitale italiana della Cultura non è soltanto l’inaugurazione di un grande programma di eventi, né una celebrazione autoreferenziale del passato. È, piuttosto, un passaggio politico, culturale e civile che chiama la città a una verifica profonda: tra ciò che ha raccontato di sé e ciò che ora è chiamata a dimostrare. Il titolo, conquistato con un dossier solido e ambizioso, non è un punto di arrivo, ma un esame a cielo aperto. E come tutti gli esami veri, non ammette scorciatoie. Per anni L’Aquila ha snocciolato un racconto quasi obbligato: quello della città ferita, simbolo del dolore e della ricostruzione post-sisma. Un racconto necessario, a tratti persino salvifico, ma che nel tempo ha rischiato di diventare una gabbia identitaria. La candidatura e la vittoria a Capitale della Cultura hanno provato a rompere quella cornice, spostando l’asse dal “ciò che è stato” al “ciò che può essere”. Non rimuovendo il trauma, ma trasformandolo in consapevolezza, in esperienza, in capitale culturale diffuso.

Il cuore della sfida sta proprio qui: nella capacità di fare della cultura un’infrastruttura, non un ornamento. L’Aquila ha già sperimentato sulla propria pelle quanto la ricostruzione fisica, per quanto imponente, non basti a ricostruire una città. Le case senza vita, i centri storici svuotati, le periferie senza funzioni sono pericoli da scongiurare. Ora il 2026 chiede qualcosa di diverso: dimostrare che la cultura può essere motore di sviluppo, collante sociale, strumento di inclusione e, soprattutto, visione di lungo periodo. Il dossier ha parlato di multiverso, di pluralità di tempi, spazi, linguaggi. Ma dietro le suggestioni teoriche c’è una domanda concreta che riguarda il presente: questa Capitale saprà incidere davvero sul modo in cui la città funziona, si racconta, si governa? Saprà coinvolgere non solo gli addetti ai lavori, ma i cittadini comuni, i giovani, chi vive nei borghi, chi spesso si sente ai margini dei grandi processi decisionali? Il claim “un territorio, mille capitali” è forse l’elemento più politico di tutta l’operazione. Perché affida a L’Aquila una responsabilità che va oltre i confini comunali e persino provinciali. La città è chiamata a essere piattaforma, non vetrina; regia, non palcoscenico esclusivo. Se questa promessa verrà tradita, il rischio sarà quello di un 2026 scintillante, ma isolato, incapace di lasciare tracce durature. Se invece verrà onorata, allora L’Aquila potrà davvero proporsi come laboratorio per le aree interne, come modello replicabile di sviluppo culturale policentrico.

La presenza del presidente della Repubblica all’evento inaugurale non è solo un riconoscimento istituzionale di altissimo profilo. È anche un amplificatore di responsabilità. Perché da ora in avanti lo sguardo sul capoluogo abruzzese sarà più attento, più esigente, forse meno indulgente. La Capitale della Cultura non potrà limitarsi a una sommatoria di eventi ben riusciti, di ospiti illustri, di numeri confortanti. Dovrà essere valutata sulla capacità di generare processi, di consolidare competenze, di lasciare un’eredità che sopravviva al calendario. C’è poi un nodo meno visibile ma decisivo: quello del rapporto tra cultura e politica. Il rischio della retorica è sempre dietro l’angolo, così come la tentazione di usare il titolo come strumento di consenso o di autocelebrazione. Ma la vera scommessa è un’altra: accettare che la cultura, quando è autentica, produce anche conflitto, discussione, spirito critico. Una Capitale della Cultura matura non teme il dissenso, lo integra. Non lo silenzia, lo ascolta. Il 2026 arriva in una fase storica complessa, segnata da incertezze economiche, fragilità sociali, sfiducia diffusa. Proprio per questo il progetto aquilano ha un valore che va oltre i confini locali. Può dimostrare che investire in conoscenza, bellezza, identità non è un lusso, ma una necessità. Che la cultura non è un capitolo residuale dei bilanci, ma una leva strategica per immaginare il futuro. Per L’Aquila è il tempo della responsabilità. Non più solo della resilienza, parola inflazionata, ma non dimenticata. È il tempo di una normalità ambiziosa: quella di una città che non chiede più comprensione per ciò che ha subito, ma attenzione per ciò che prova a diventare. Se saprà tenere fede a questa promessa, il 2026 non sarà un anno da archiviare, ma un punto di svolta reale nella sua storia recente.

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