L’AQUILA
Il titolare di un negozio di abbigliamento, un dipendente della Regione Abruzzo, barman e lavoratori dei locali della movida aquilana. Ma anche tante donne, alcune madri di bambini piccolissimi, che davanti agli investigatori hanno ammesso di fare uso di cocaina «da molti anni» oppure «saltuariamente». È il volto insospettabile – e trasversale – degli oltre cento clienti che alimentavano il mercato della droga dei “turisti” della coca, giovani corrieri e spacciatori che andavano e venivano dall’Albania per rifornire senza sosta L’Aquila e altre località d’Abruzzo o di regioni limitrofe. Un esercito di consumatori comuni che, secondo gli investigatori, «reggeva» economicamente il sodalizio criminale smantellato con l’operazione “Coca Delivery”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila. Operazione che ha portato all’esecuzione di 25 misure cautelari in carcere e 11 divieti di dimora in Abruzzo. In totale sono 40 gli indagati, tutti albanesi giovanissimi, tranne un romano di 63 anni. Dietro il sistema, monitorato per due anni dal comando provinciale dei Carabinieri dell’Aquila, secondo quanto emerge dall’ordinanza del gip Marco Billi, c’era una macchina dello spaccio strutturata e ramificata, divisa in almeno tre gruppi criminali autonomi ma collegati tra loro. Un’organizzazione definita dagli investigatori «stabile» e «professionale», capace di garantire una presenza continua sul territorio grazie a pusher intercambiabili, telefoni che passavano di mano, auto a noleggio e consegne organizzate quasi esclusivamente via WhatsApp (difficilmente intercettabile) con scambio di coordinate Gps «per individuare i luoghi e sincronizzare i tempi di consegna». Tutto nei dettagli. Sommando gli episodi contestati nei vari capi di imputazione, si superano abbondantemente le 1.400 cessioni, documentate anche con fototrappole.
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L’AQUILA DEL CLAN
Nel primo filone, con oltre 800 cessioni di stupefacente, gli investigatori individuano come figure centrali Shoraj e Sakaj. Proprio a quest’ultimo, che si faceva chiamare zio Matteo, sarebbe riconducibile una delle utenze telefoniche simbolo del gruppo: un numero WhatsApp identificato dall’immagine di un fulmine. Attorno ai due ruotava una rete di pusher operativi tra L’Aquila e l’hinterland. I due effettuavano personalmente le consegne gestendo anche «un gruppo di galoppini» e di «dipendenti». Le dosi erano quasi sempre da 0,4 o 0,5 grammi di cocaina, vendute tra i 40 e i 50 euro. In molti casi gli investigatori parlano apertamente di «consegne quotidiane o plurisettimanali». Un traffico continuo che si sviluppava soprattutto attraverso appuntamenti fissati via chat, definendo le modalità operative «un elemento di allarmante novità nel pur variegato ambiente dello spaccio nel capoluogo abruzzese». Il progressivo sviluppo delle nuove tecniche, finalizzate «non soltanto alla massimizzazione del profitto ma al raggiungimento della più elevata protezione rispetto agli interventi delle forze dell’ordine e alla neutralizzazione degli effetti di eventuali arresti».
TUTTI COLLEGATI
Il secondo gruppo, secondo l’accusa, faceva capo ai fratelli Belaj uniti «da un’intesa reciproca e solidità della condivisione progettuale». Anche qui il modello era identico: pusher sparsi sul territorio con compiti «marcatamente esecutivi», depositi temporanei della droga, basi logistiche e automobili noleggiate per sfuggire ai controlli. Le aree operative comprendevano Pettino, Coppito, Preturo, Pizzoli, Monticchio, Scoppito, Lucoli, Cansatessa e il centro storico dell’Aquila. Le indagini descrivono però un elemento ancora più significativo: i tre gruppi non sarebbero stati compartimenti stagni, ma organismi in continuo contatto. Si passavano clienti, telefoni, corrieri e perfino gli stessi spacciatori. Se un referente veniva fermato o arrestato, un altro subentrava immediatamente garantendo continuità alle consegne. Il gip parla di «continuità operativa», “sostituzione reciproca» e «comune strategia criminale». Le utenze WhatsApp venivano condivise, cambiate di frequente e salvate con nomi falsi o soprannomi come compare e cugino. Proprio dall’analisi dei dispositivi telefonici potrebbero emergere ulteriori elementi e, soprattutto, potrebbe aumentare il numero dei clienti.
GRUPPO IN ASCESA
Il terzo sodalizio in ascesa nell’ultimo periodo, sempre secondo gli atti, avrebbe avuto come vertice Darjo Torraj. Nel clan compare anche l’unico italiano: Marco Mordeca, romano di 63 anni, indicato nelle carte come proprietario della Volkswagen Golf sulla quale avrebbe viaggiato più volte insieme a Torraj. Il suo difensore, l’avvocato Gianluca Racano, descrive però il proprio assistito come una figura marginale e del tutto estranea ai vertici dell’organizzazione. «È una persona incensurata, con una vita molto umile e senza alcun particolare tornaconto economico», spiega il legale, secondo cui Mordeca avrebbe avuto soltanto un rapporto di vicinato e familiarità con Torraj. «Ha scelto di rispondere alle domande e non di avvalersi della facoltà di non rispondere. A nostro avviso o è completamente estraneo ai fatti oppure si tratta di una figura assolutamente marginale. Contestargli l’associazione per delinquere ci sembra improprio e la misura del carcere appare, in ogni caso, sproporzionata». La difesa ha chiesto la remissione in libertà o, in subordine, una misura meno afflittiva. I difensori degli altri arrestati sono gli avvocati Mario Ceci dell’Aquila, Benedetta Ciampi di Prato, Fabrizio Bevilacqua di Venezia, Sonia Giallonardo, Simona Mariani, Gaetano Petrilli e Francesco Valentini.
PLAUSO ALL’OPERAZIONE
Attestati di ringraziamento alla magistratura e alle forze dell’ordine arrivano dal senatore Pd Michele Fina e dal sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi. Fina parla di «brillante attività investigativa» coordinata dalla Procura dell’Aquila, sottolineando il lavoro del procuratore Alberto Sgambati, della pm Roberta D’Avolio. Il senatore ha inoltre evidenziato “lo sfruttamento di giovani stranieri e incensurati” impiegati nello spaccio. Sulla stessa linea il sindaco Biondi, che ha espresso “profonda soddisfazione” per l’operazione condotta da magistratura e Carabinieri, ringraziando la Direzione distrettuale antimafia, la Procura dell’Aquila e tutti i reparti dell’Arma coinvolti. “Un’attività investigativa complessa che conferma il costante impegno per sicurezza, legalità e controllo del territorio”, ha concluso il primo cittadino.