«Le new town un delitto»

L’AQUILA. Il professor Antonello Ciccozzi è un antropologo dell’Università degli Studi dell’Aquila. Con lui affrontiamo il tema delle complesse dinamiche socio-culturali dei luoghi dell’Aquila.«Nell’a...
L’AQUILA. Il professor Antonello Ciccozzi è un antropologo dell’Università degli Studi dell’Aquila. Con lui affrontiamo il tema delle complesse dinamiche socio-culturali dei luoghi dell’Aquila.
«Nell’ambito dell'antropologia dell'abitare si tende a parlare di luogo e non di spazio in quanto sono due cose diverse. Il luogo è lo specchio della cultura e assume un ruolo speculare e bidimensionale con le persone influenzandosi a vicenda. Quando si parla di città viene dato, erroneamente, per scontato il senso del luogo. Le città sono proiezioni di valori, voi ragazzi vivete un momento iniziatico in contemporanea con L'Aquila. Come il corpo di un giovane che cambia anche la città si deve trasformare in luogo».
Cosa pensa della costruzione delle New Town?
«Lo ritengo un delitto nei confronti della città. Si è preso il libero arbitrio di poter deteriorare luoghi bellissimi. Credo ci sia un urgente bisogno di insegnare alle persone a guardarsi intorno per poter apprezzare ciò che ci circonda».
Nell’attuale situazione aquilana si possono coniugare l’amor loci (amore del luogo) con la delocalizzazione?
«Noi siamo in una situazione in cui abbiamo ambiti rurali degradati dalla disseminazione di elementi a connotati urbani; questo è quello che fa perdere qualità ai luoghi. Tutto questo è stato determinato da una preminenza di scelte di tipo economico su scelte culturali e porterà un’inerzia con cui dovremo fare i conti per i prossimi anni. Da un lato c’è il centro storico, che è inteso come spazio sacro e della inviolabilità, mentre lo spazio esterno della periferia si concretizza come uno spazio del tutto profanabile».
Quindi lei è contro l’industrializzazione?
«Non contro, non si può pensare di vivere in un mondo che fa a meno dell’industria. Esiste una differenza che viene definita dal confine tra sostenibilità e decrescita. Ci può essere un realismo della sostenibilità che suggerisce che questo si può fare laddove vi è un impatto antropico consistente. C’è un progetto di pista ciclabile che dovrebbe percorrere tutta la Valle dell’Aterno ma è ferma da anni; fare quello non significa soltanto pensare alla salute dei cittadini, ma significa anche pensare all’educazione ambientale».
La mancanza di questa identificazione può portare a condotte devianti?
«Certo, vi faccio un esempio concreto: il campetto da calcio o gli spazi per fare sport sono infrastrutture importanti nella socializzazione perché nel momento di crescita che vede il distacco dei ragazzi e il confronto con i pari, se hanno uno spazio in cui fare sport sono meno esposti alla droga, all’alcool perché c’è un confronto con il corpo che gli impone l’onere di tenere presente il concetto di limite. Ma nel momento in cui viene costruita una urbanistica che non prevede la spazialità come incontro, abbiamo definito una urbanistica che distrugge le comunità».
Benedetta Renzetti
Gaia Di Bartolomeo
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