Lettera di Papa Francesco al gesuita padre Santucci

10 Gennaio 2021

L’AQUILA. «Ho molto apprezzato i tuoi scritti, che trasudano di amore verso i poveri, i bisognosi e gli emarginati, che sono i figli prediletti di Dio e che, come ci insegna il Vangelo, saranno...

L’AQUILA. «Ho molto apprezzato i tuoi scritti, che trasudano di amore verso i poveri, i bisognosi e gli emarginati, che sono i figli prediletti di Dio e che, come ci insegna il Vangelo, saranno sempre con noi. Grazie per la tua testimonianza di vita sacerdotale, spesa con generosità a servizio del Signore e dei fratelli. Che la Santa Vergine, San Giuseppe e Sant’Ignazio di Loyola ti custodiscano! Per favore, continua a pregare per me, perché ne ho molto bisogno! Fraternamente».
È un passaggio della lettera che Papa Francesco ha inviato in occasione del Natale al padre gesuita Ernesto Santucci, aquilano, che lo scorso anno ha compiuto 90 anni. Padre Ernesto è fratello di Giovanbattista, Gentiluomo di Sua Santità e di Annamaria. Il pontefice ha scritto la lettera (firmata di suo pugno) a padre Ernesto per ringraziarlo dei libri che il gesuita gli aveva inviato, due in particolare: Lo scarto e La mia paranza. Di recente ha pubblicato un altro volume “Io sono un albanese”. Padre Ernesto Santucci nasce all’Aquila nel 1930. A 18 anni entra nella Compagnia di Gesù e a 31 anni viene ordinato sacerdote. Inizia il suo apostolato a Napoli, nell’Istituto Pontano, come padre spirituale e professore. Si occupa di giovani emarginati nei Quartieri Spagnoli aprendo una casa per ospitare ragazzi senza fissa dimora. Apre la prima comunità terapeutica in Campania a Somma Vesuviana “Il Pioppo”. In una recensione del libro “Io sono un albanese” si legge: “Il volto piagato dal sole, dalla stanchezza e dalla sete di un giovane migrante imbarcato con altri migliaia di disperati sulla nave Vlora, bloccata nel porto di Bari nell’agosto del 1991, buttato a terra come un Cristo crocifisso, portano padre Santucci a maturare, in coerenza col suo percorso di vita, una scelta impegnativa e difficile. È quello il momento preciso in cui l’Albania gli entra nel cuore, in cui sente forte il richiamo di andare nel Paese delle Aquile, di cui non sapeva nulla, tranne che vi era un’umanità che aveva bisogno di una mano. Un’umanità diversa da quella che aveva cercato e trovato nei Quartieri Spagnoli e a Somma Vesuviana, ma con le stesse esigenze, iniziando da quella di trovare un’identità. Già il titolo del libro meraviglia e stupisce, è una dichiarazione d’amore del gesuita missionario per un paese martoriato qual era l’Albania post comunista, proveniente da un isolamento durato mezzo secolo, dove non c’era più traccia della religione cattolica, le chiese erano state distrutte nel tentativo di isolare e disperdere le comunità. Titolo che denota anche la volontà del Gesuita di entrare nell’animus albanese, di fare propri i loro usi e costumi, di non essere un semplice missionario che viene da fuori e che dall’alto della sua esperienza comincia a catechizzare ma che invece vuole fare insieme agli albanesi un cammino per ricostruire la loro personalità umana e cristiana, valorizzando tutti gli usi e le locali tradizioni. La richiesta principale delle persone che incontra è quella di poter avere delle chiese. E padre Ernesto ascolta e asseconda quella necessità, costruisce i luoghi di preghiera intorno ai quali si identificano e consolidano le comunità. In tutto dieci. Ma non solo chiese. Con esse arrivano le suore, le scuole di catechismo, di taglio e cucito, gli ambulatori, l’educazione dei ragazzi, la ricostruzione del senso di famiglia che la dittatura aveva cercato di annullare».(g.p.)
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