Grasso racconta a Preturo la mafia e il lavoro con Falcone e Borsellino

L’ex giudice presenta tra gli aneddoti il suo libro sul maxiprocesso di Palermo. E sul voto di marzo dice: «Non è una riforma valida, non influirà su nessun problema della giustizia»
L’AQUILA. «I figli si sa quando escono e non si sa quando rientrano». È in questa frase, pronunciata al citofono da una voce roca, che sta tutto il terrore della famiglia di un magistrato appena nominato giudice a latere di un processo per mafia, di fronte alla prima vera e spaventosa intimidazione. Gli aquilani, quel figlio, che all’epoca aveva 14 anni ed era uscito con gli amici per andare a giocare a pallone, lo conoscono bene perché è stato a capo della Squadra Mobile della questura dell’Aquila fino al 2016. Maurilio Grasso è sposato con una donna di Pizzoli e il racconto di quella voce roca che ha fatto rabbrividire tutte le persone arrivate a Cese di Preturo è del padre Pietro Grasso, magistrato, ex presidente del Senato della Repubblica fino al 2018, nella seconda metà degli anni ’80 giudice a latere del maxiprocesso di Palermo contro la mafia istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
L’occasione era la presentazione del libro “U Maxi”, il racconto del primo grande processo alla mafia siciliana. «Pensate che, fino a pochi anni prima, l’associazione mafiosa non era neanche riconosciuta come reato a sé stante», ha raccontato Pietro Grasso durante l’incontro, accanto a lui il magistrato Fabio Picuti e il giornalista Fulgo Graziosi. «Solo dopo il 1982 il parlamento ha riconosciuto la pericolosità della associazioni di stampo mafioso, coniando un articolo di legge specifico». Nella copertina del libro c’è uno scaffale con centinai di faldoni.
«Quando fui nominato giudice a latere del maxiprocesso», racconta Grasso, «incontrai Giovanni Falcone che, sorridendo in maniera un po’ beffarda, come faceva lui, mi portò in una stanza dove c’era una parete intera coperta da scaffali contenenti le centinaia di faldoni con dentro le quattrocentomila pagine dell’inchiesta. Avrei dovuto leggerle tutte, e allora chiesi a Falcone quale fosse il faldone numero uno.
“È quello lì, in basso a sinistra”, mi rispose, quello della foto di copertina del libro. Iniziai a leggere le carte prendendo appunti, poi per fortuna mi venne in aiuto Paolo Borsellino offrendomi una copia del suo libro di appunti. La mafia, all’epoca», racconta Grasso, «voleva darsi l’immagine di un’associazione che aiutava la popolazione. Il maxiprocesso dimostrò, invece, che la mafia era sanguinaria e uccideva anche donne e bambini. Ricordo che quando, al processo, arrivò un pentito a raccontare con dovizia di particolari cosa succedeva nella “camera della morte” di Sant’Erasmo, (dove la mafia uccideva e scioglieva i cadaveri nell’acido, ndc), i giudici popolari rimasero sconvolti».
Grasso racconta del confronto tra il pentito Tommaso Buscetta e Pippo Calò, «tutti avevano chiesto un confronto con Buscetta, ma quando videro Pippo Calò balbettare, ci ripensarono tutti». Pietro Grasso racconta particolari che oggi, a 40 anni di distanza, fanno rabbrividire. «Il numero di giudici popolari era il doppio del previsto, nel caso qualcuno si fosse ritirato. E noi stessi avevamo due giudici di riserva seduti dietro a noi, nel caso ci avessero ammazzato».
Ovviamente la serata non poteva non chiudersi con una nota sul referendum sulla giustizia in programma il 22 e 23 marzo. «Nel corso della mia carriera», ha spiegato Grasso, «non mi sono mai fatto condizionare da amicizie, sia con gli avvocati sia con gli altri giudici. Magari andavamo a giocare a pallone insieme, ma poi, una volta indossata la toga, ognuno faceva la sua parte senza condizionamenti. Per questo penso che questa non sia una riforma valida e certamente non influirà sui veri problemi della giustizia in Italia».
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