L’inferno sulle montagne dell’Aquilano: cento uomini in campo contro i roghi

foto di Raniero Pizzi

4 Agosto 2026

Vertice urgente in Prefettura: cinque canadair, elicotteri ed Esercito in azione. Ecco gli ultimi aggiornamenti 

L’AQUILA. Tre giorni di vento, cambi di fronte e fiamme imprevedibili. Da sabato pomeriggio il fuoco che ha già devastato 1.600 ettari ha attraversato crinali, minacciato i pascoli e costretto uomini e mezzi a rincorrerlo senza tregua. Ma prima ancora dei Canadair, degli elicotteri e delle colonne di soccorso, a capire che l'incendio di Lucoli aveva oltrepassato la montagna arrivando sopra Roio sono stati gli allevatori. Sono stati loro a lanciare l'allarme e a salire per primi, con i trattori e la conoscenza di quei sentieri. Da quel momento è iniziata una corsa contro il tempo che, dopo tre giorni di interventi senza sosta, vede oggi impegnati quasi cento uomini tra vigili del fuoco, Protezione civile, Carabinieri Forestali ed Esercito per fermare il fronte prima che possa raggiungere le aree più delicate.

A ricostruire l'evoluzione dell'emergenza è l'assessore comunale Laura Cucchiarella, che da oltre vent'anni frequenta quella montagna e ha seguito l'avanzata del rogo insieme ai tecnici comunali, al responsabile della Protezione civile Maurizio Scelli, all'assessore regionale Emanuele Imprudente, al consigliere comunale Livio Vittorini e agli uomini del Gruppo Carabinieri Forestale dell'Aquila. In serata c’è stata una ricognizione area con il questore Fabrizio Mancini e il prefetto Vito Cusumano. «Quella è la nostra montagna. La famiglia di mio marito alleva bestiame lì sopra e conosco quei posti da ventidue anni. Per questo vedere quelle fiamme fa male».

L'incendio, spiega, è lo stesso che da giorni interessa Lucoli. «Sabato, intorno a metà giornata, ha semplicemente scavallato il crinale ed è arrivato sul versante di Roio. I primi ad accorgersene sono stati gli allevatori, che hanno dato immediatamente l'allarme». Raggiungere il fronte è stato subito il problema principale. «È una cresta impervia, fatta di sentieri stretti e tortuosi. Non ci si arriva con un'auto. Persino i vigili del fuoco hanno dovuto elitrasportare le squadre perché via terra era quasi impossibile». Fin dalle prime ore sono entrati in azione cinque Canadair e l'elicottero della Protezione civile. I velivoli hanno fatto rifornimento tra il lago di Campotosto, il lago del Salto, il lago di Civita di Bagno e quello di San Giovanni.

«Domenica mattina il fronte sotto il Tabellone di Roio sembrava contenuto. Il problema era la difficoltà di raggiungere il punto». È stato il vento a riscrivere ancora una volta lo scenario. «Nel pomeriggio si è rialzato e ha spinto il fuoco verso est, in direzione di Bagno. Contemporaneamente alcuni Canadair sono stati richiamati su Lucoli per difendere l'abbazia di San Giovanni, dove il rischio era diventato altissimo». Le fiamme hanno così ripreso forza, tra prati e pascoli. «Qui non c'è un bosco fitto, ma erba secca e rocce. L'erba brucia in pochi istanti e il vento alimenta tutto».

La maggiore preoccupazione è rimasta la pineta di Fossagnese. «Domenica sera il fuoco è arrivato a poche decine di metri. Siamo rimasti sul posto fino alle 20.20 perché bastava una raffica per cambiare tutto. Poi, con la notte, il vento si è fermato e l'umidità ha rallentato la propagazione». Ieri il dispositivo di soccorso è stato ulteriormente rafforzato con quasi cento operatori. «Dopo i lanci aerei si lavora senza sosta alla bonifica per impedire alle fiamme di scendere verso valle». Per l'assessore non esistono al momento rischi per gli abitati. «Se ci fosse un pericolo concreto la popolazione verrebbe immediatamente avvisata. Il sistema di protezione sta lavorando senza interruzioni».

Nel pomeriggio di ieri, dopo il vertice in Prefettura coordinato dal prefetto Vito Cusumano, sono entrati in azione anche una ventina di militari dell'Esercito per realizzare le piste tagliafuoco. A spiegarne il funzionamento è il tenente colonnello Nicolò Giordano, comandante del Gruppo Carabinieri Forestale dell'Aquila: «Il terreno viene lavorato come se fosse arato: si scavano solchi e si elimina tutta la vegetazione che potrebbe alimentare l'incendio. In questo modo il fuoco, arrivando su una fascia di terreno nudo, non trova più combustibile e tende a fermarsi. L'incendio resta lontano dalle abitazioni e dalle infrastrutture. L'unica zona sensibile era la pineta di Bagno, ma la rotazione del vento sta spingendo il fronte verso l'alta montagna». La sfida, conclude Giordano, resta tutta nelle dimensioni del rogo. «Parliamo di un fronte di decine di chilometri in un territorio estremamente impervio».

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