L’intervista a Pierluigi Biondi: «Regionali o Politiche? Del mio futuro decide Nostra Signora Giorgia»

16 Gennaio 2026

Il sindaco dell’Aquila: «Non vedo l’ora di ascoltare Mattarella. Dichiararmi antifascista? “Anti” mai, al massimo antijuventino»

L’AQUILA. Pierluigi Biondi, sindaco dell’Aquila dal 2017, 51 anni, una vita a destra. Primi passi in politica, addirittura da bambino – come vedremo – nella corrente rautiana del Msi. Si forma come dirigente nella comunità dei Gabbiani, ha un rapporto antico sia con Giorgia che con Arianna Meloni. Non entra mai nel Pdl, per un periodo gravita su Casapound. Nel 2017 viene eletto da outsider in una città governata dalla sinistra, diventando insieme ad Alessandro Tommasi, il primo sindaco di FdI. È uno degli “enfant prodige” della nuova Fiamma. C’è chi lo immagina a Roma, al governo nazionale, chi come erede di Marsilio. Lui (scopriremo tra breve) non si sbilancia, e si vedrebbe ben in entrambe le carriere: “Solo a patto che Giorgia…”. Buona lettura.

Domani riceverà all’Aquila il presidente Mattarella: con questa cerimonia inizia per lei la stagione da sindaco di una Capitale della cultura.

«Accogliere il presidente sarà non solo un dovere istituzionale, ma un onore e un piacere».

Perché?

«Mattarella torna in Abruzzo rendendo omaggio a questa città che, anche simbolicamente, rinasce. Non vedo l’ora di sentire il suo discorso».

È contento di questo risultato?

«L’Aquila Capitale della cultura è un progetto che nasce con un’idea chiara, sintetizzato nello slogan “Un territorio, mille capitali”».

Addirittura mille?

«Certo. Non è una sola città, ad essere protagonista, ma una comunità, unita dagli stessi obiettivi, valori, prospettive».

Bello slogan. Sicuro che non resterà sulla carta?

«Scherza? La nostra forza è la coralità di questo territorio, capace di mettere in rete luoghi, istituzioni, competenze e capitali umani».

E le aree interne?

«Uno dei nostri primi obiettivi è valorizzarle. Io le immagino come uno spazio di sperimentazione culturale e sociale».

Non c’è il rischio, oltre le buone intenzioni, di non lasciare tracce nel tempo?

«Guardi, sarà un lungo anno di mostre, produzioni originali, rassegne artistiche e musicali. Ma il vero obiettivo che ci proponiamo è lasciare un’eredità concreta e duratura, fatta di opportunità e nuove prospettive per i giovani e il territorio. A questo proposito, il 2026 sarà anche l’occasione per restituire alla città luoghi della cultura: il Teatro San Filippo, ad esempio, e poi il Teatro comunale, che ospiterà l’evento di chiusura di Capitale italiana della Cultura».

Che tipo era da bambino?

«Beh, non partivo da caratteristiche potenzialmente popolari».

Cioè?

«Ero grassoccio, miope, missino e del Torino».

Capisco: trovarne un altro così non era facile. E da ragazzo?

«Uguale: ero quello che suonava la chitarra mentre gli altri pomiciavano».

Da che famiglia viene?

«Mio padre era commerciante, alla Rebicart, sempre in macchina da un capo all’altro della regione. Il mio primo ricordo di lui è al volante della vecchia Printz. In tempi più recenti si prese la Giulietta».

E sua madre?

«Si chiamava Giuseppina Andreassi. È morta nel 1994, divorata da un tumore incurabile ai polmoni. E non era fumatrice. Una sigaretta alla lunga con le mie zie. Io avevo 20 anni, mio fratello 18, mia sorella 13. Ci è caduto sulla testa un meteorite, anche sei lei dimostrò una serenità quasi inverosimile».

Lei ha condiviso il suo percorso nella malattia.

«Arrivammo ad un punto in cui i medici dissero: “La chemioterapia con lei non funziona più”. Il sottinteso è che fosse spacciata».

E non era così?

«Trovò da sola una… terapia integrativa un po’ particolare».

Cioè?

«Una pranoterapeuta, che per giunta si trovava a Santa Marinella».

E lei?

«La accompagnavo due giorni a settimana, in macchina. Due ore all’andata, due al ritorno. Più il tempo della terapia».

Un calvario?

«No, un viaggio. Per me è stato un orgoglio accomiatarmi da lei dopo chilometri e chilometri trascorsi a discutere di qualsiasi cosa».

Ma in che senso un viaggio?

«La mia vita si strutturò su quei viaggi. Pensi che il mio cantautore preferito è Ivano Fossati. E io associo a lei la sua scoperta».

Perché lo amava?

«No. Ma io acquistai il mio primo disco di Fossati - Lindbergh - dentro un negozio di dischi mentre aspettavo mia madre. È un ricordo collegato al suo».

Mica male per un dirigente della destra radicale, innamorarsi di un cantautore di sinistra, e proprio con il disco da cui fu tratta La canzone popolare. L’inno dell’Ulivo.

«E che c’entra? Giorgia, per dire, ama Guccini. Noi gabbiani non siamo mai stati ideologici. Detto questo un disco bellissimo, un capolavoro».

Quanto è durata la malattia di sua madre?

«Un anno e mezzo. Per me era l’ultimo anno delle superiori. Mamma si ammalò alla vigilia del Carnevale del 1993. E…».

Cosa?

«Il lutto si lega a ricordi particolari. A scuola ognuno deve portare qualcosa. E io non porto nulla. Ci resto male».

Mi sembra normale.

«Invece era la sensazione di stare in un altro pianeta mentre gli altri festeggiavano. Siamo cresciuti tutti di botto».

Come fu il commiato?

«Lei ci ha sempre trasmesso serenità, fino all’ultimo. Eravamo in un dramma di cui non ci ha fatto mai avvertire il peso».

Ma la pranoterapia ebbe effetti?

«Non voglio discutere con i medici. Ma, forse a livello psicologico, io ricordo dei miglioramenti».

In che sezione missina è cresciuto?

«A via Indipendenza. Ero un ragazzino, mio padre era delegato rautiano, nel famoso congresso di Sorrento».

Era il 1987. Fini vinse contro Rauti e finì a schiaffoni. Ma lei era troppo piccolo...

«Nella prima Repubblica si iniziava precocemente. Ho una datazione certa perché mio padre mi venne a prendere in classe, ero in quinta elementare. E uscimmo prima».

Ma per cosa?

«Per vedere insieme il comizio di Almirante».

Ah, ecco. Credito formativo.

«Fini, a Sorrento, vinse: ma male. Nel congresso successivo, 1990, a Rimini, vinse Rauti. Poi fu sfiduciato dal comitato centrale del partito e noi commissariati».

A 14 anni lei prende la prima tessera del Fronte della gioventù. Che mondo era, quello dei missini aquilani?

«Vorrei partire da quello “semprepresente!” In sezione».

Chi era?

«Livio Gobbo. Profugo istriano all’Aquila. Ricordo una memorabile lezione di politologia impartita a noi giovani. Dal titolo: “Perché non si può che votare Msi”».

Se la ricorda ancora?

«Era molto sintetica: “La Dc e il Psi? Sono tutti ladri. Il Pci? Il comunismo sta crollando in tutto il mondo. I liberali? Tanto vale che metti le palle sotto il treno». (ah, ah, ah...)

Il dono della sintesi. Molto rappresentativo dei militanti di base. Un altro semprepresente?

«Valterio Panepucci: la coppola di lana sulla testa, anche al chiuso, e il cane, Jolly, sempre al suo fianco. Appena lui apriva lo sportello, quello si sedeva davanti. Un tipo semplice. Gli volevano ben tutti».

Primo manifesto disegnato dal giovane Biondi?

«Ero bravo con i pennelli. Ricordo uno slogan goliardico contro la sinistra, che si mobilitava per Ocalan».

Cioè?

«Organizzammo una contromanifestazione: “Voi con i criminali noi con gli ideali!”. Seguiva croce celtica».

Ah, molto sobrio.

(ride) «Per gli standard della prima Repubblica era una carezza».

E l’anima più aristocratica c’era?

«Il fantastico Ninetto Nurzia. Fratello nella dinastia dei torroni».

Aneddoto?

«Uno, quasi poetico. Eravamo tutti in sezione a vedere i risultati elettorali, affamati. Di solito, tornavano dalle affissioni, aspettavamo sempre che aprisse il forno sotto. Ma quella sera qualcuno aveva dietro: “A Ninee’! Ma perché nun va’ al negozio tuo, a prenne da magnà?”».

E lui?

«Torna. Si presenta con un paccone di fette biscottate e un enorme trancio di salmone affumicato. Intero».

Era strano?

«Molti di noi non l’avevamo mai visto. Aspettarono tutti che qualcun altro desse il primo morso».

E poi?

Nel silenzio. Valterio esclamò: “Troppo gommoso”. Aveva mangiato anche l’interfoglio di plastica tra le fette».

Ma così pare “I soliti Ignoti”! Come era Ninetto politicamente?

«Un gran fascistone, tipo classico: pensa che dopo Fiuggi mi annunció disgustato: “Che schifo. Me vajo a’ scrive al partito Socialista cubano!”».

Motivazione?

«“Anticapitalisti e antiamericani, almeno loro: so’ rimasti j’utimi!”».

Coerente.

«Conosceva la citazione attribuita a Mussolini: “I comunisti sono tutti dei fascisti irrequieti”?».

No. E la famiglia Biondi?

«Normale. Vivevamo dello stipendio di mio padre e di mia madre, che era funzionaria all’associazione costruttori. C’era la leggenda di un godereccio zio, don Peppino Biondi sposato con una donna di Tocco da Casauria. E Ninetto mi diceva: “Era diventato ricco perché faceva le scarpe a tutti i ricchi di Roma. Poi s’è magnato tutto co’ le femmine”».

Ah ah ah. Altri ritratti?

«Biagio Tempesta, consigliere comunale missino, molti anni dopo sindaco di centrodestra: sempre elegantissimo. È stato il sindaco del grande rilancio della città. O l’avvocato Paolo Vecchioli, che vestiva sempre e solo con i jeans, per ripicca contro un presidente di tribunale che gli aveva fatto una battuta sui pantaloni».

E lui dove finì?

«Nel Fronte Nazionale di Tilgher, poi nella Lega Nazionalpopolare… Curriculum e vite complesse».

Piccola borghesia, qualche aristocratico, i monarchici?

«Con quelli non c’era molto buon sangue qui in Abruzzo. C’erano due fratelli, i Del Zoppo».

Ancora, la galleria è interessante.

«Ricordo un altro consigliere popolare, Stefano Vittorini, da Preturo, che veniva da una frazione, un rappresentante di infissi. Dopo Fiuggi si candidò con Forza Italia».

E suo padre?

«Era del 1946, non era nostalgico: divenne missino spinto da un amico, che aveva un negozio in centro».

Che tipo era?

«Mio padre? Era orfano, appassionato di politica. Dopo quel comizio feci il primo volantinaggio a dieci anni e mezzo».

L’Aquila ha sempre avuto un’anima nera.

«La presenza del fascismo in città è palpabile. Pensi allo stadio Fattori, alla galleria dei portici Inpdap, la Fontana luminosa. La funivia del Gran Sasso. Segni potenti».

Dovuti a un gerarca illuminato.

«Adelchi Serena: ex podestà della città, ex ministro dei lavori pubblici, aquilano del 1895. Fu anche segretario del PNF».

Per voi un riferimento.

«Era un fascista rurale: pensi che non andò a Saló, un po’ come un altro importante gerarca abruzzese, Giacomo Acerbo».

Padre della legge elettorale fascistissima.

«Anche lui non aderì alla Rsi, un tipo di fascismo diverso. Lo storico Walter Cavalieri, il biografo di Serena, era il mio professore di storia».

Litigavate?

«Macché, un maestro. Persona di enorme correttezza, mi portò alla maturità con otto in pagella».

Avevate il mito di Saló. La bella morte…

«Per via di alcuni valori che consideravamo attuali: il corporativismo, il carattere fortemente sociale. Ma non eravamo feticisti».

No???

«Non sono mai stato un “predappista”. Non ho mai fatto il saluto romano. Le adunate con il fez per noi erano pagliacciate».

E i discorsi del Duce? Li aveva sul comodino.

«Direi di no. Ma, ma non lo dico per timore. Ho letto “di peggio”: Leon Degrelle, Drieu La Rochelle, Corneliu Codreanu, Adriano Romualdi…il nostro riferimento era il Socialismo fascista. In Italia Enzo Erra, Giano Accame…».

Il testo più importante della sua biblioteca politica?

«Il libro più bello che ho ancora da parte è Le idee che mossero il mondo, di Rauti. Copertina bianca, con le spade nere piantate nel suolo».

Un classico. E chi era il vostro mito Degrelle?

«In quegli anni? Il nostro Che era Massud, “il leone del Panshir” che resisteva ai sovietici in Afghanistan.

Viaggi con Internazionale nera?

(ride) «Macché! Carovana di aiuti in Croazia e volontariato nel carcere minorile».

Lei gravitava su Roma.

«Ricordo a quel tempo Rampelli, Marsilio, Scurria, Fazzolari, Lollobrigida. La rivista culturale di colle Oppio, il Morbillo, coloratissima e trasgressiva, diretta da Fabio».

E poi le sorelle Meloni.

«Certo, ma erano più giovani, ricordo che arrivarono poco dopo».

Lei ha avuto anche un maestro religioso, monsignor Orlando Antonini.

«Perché è di Villa Sant’Angelo, il mio paese. Noi siamo una famiglia cattolica. Pensi che mia nonna aveva le chiavi della chiesa».

E lui?

«Personaggio unico. Diplomatico Vaticano in Bangladesh, Madagascar, Siria, Cile. Poi Nunzio Apostolico in Zambia, Malawi, Paraguay, saggista di diplomazia e architettura».

Ritratto sintetico.

«Tornava da tutto il mondo e pranzava da noi. Beveva un goccetto di Whisky, mi ha fatto appassionare alla storia».

Racconti memorabili?

«Sul Cile durante la dittatura. O su Cuba. Fu tra gli organizzatori della visita del Papa da Castro».

Ha pesato sulla sua vita?

«Mi ha comunicato, sposato, ha battezzato i miei due figli. Ora ha 81 anni e gli ho detto: “So che mi darà anche l’estrema unzione”».

Cioè?

«Ero stato appena eletto sindaco di Villa Sant’Angelo e lui: “Chissà che la provvidenza non gli riservi qualcosa anche all’Aquila!”».

Università?

«Lasciata a metà. Non mi sono mai laureato».

Dove ha conosciuto sua moglie, Elisa Marulli? A un comizio di Fini?

«Non faccia lo spiritoso. Niente partito: da giornalista nella redazione di Abruzzoweb».

Primo approccio?

«Scherzoso. Lei è intelligente, ironica, anche metallara».

Un problema?

«Io sono più Smiths. Al massimo il rock degli Who. I Clash…».

Il suo disco cult?

«Anime salve, di De André, con Fossati».

Sentite molta musica?

«Abbiamo la casa piena di Alexa. Colleziono i dischi con i vinili».

Sembra molto influenzato da questa passione.

«Pensi che quando lessi che Morissey, degli Smiths raccontava di essere diventato vegetariano, annunciai al mondo: “Anche io”».

È lì che è dimagrito?

«No, durò un giorno. Poi Bobbò, un collega di mia madre, amico di famiglia, mi fece crollare soffriggendo il guanciale».

Con la Meloni lega quando diventa responsabile di Azione studentesca.

«Partecipai al raid in stile futurista in una libreria, a Roma, in cui obliterammo i testi scolastici di storia dei professori di sinistra con il timbro: “Questo libro è un falso storico!”».

Non è una pagina delle migliori, direi.

«Sul sito un polverone, anche se dopo di noi era passato un parlamentare del partito a comprare tutti i volumi timbrati. Però Giorgia, e la notizia della contestazione, finirono su tutti i giornali».

La ragazza della Garbatella era già diventata “capa”, con gli Antenati.

«In quel momento avvertivo un carisma enorme, non comune».

Con chi aveva rapporti?

«Con lei e Lollobrigida. Arianna era più in disparte, anche se già fidanzata con Lollo».

Cosa percepiva nella giovane Giorgia?

«Giorgia era, ed è, una front woman natural. Arianna era, ed è, una abilità tessitrice, ma dietro le quinte».

Una cosa che avete fatto insieme?

«Un viaggio a San Patrignano, con due macchine. Una grande impressione di ordine, si respiravano valori. Al ritorno ne parlammo per tutto il viaggio».

Mai provato droghe?

«Macché. Solo Cerasuolo e Montepulciano».

Cosa eravate, in quei primi anni duemila?

«Noi gabbiani eravamo degli scissionisti del rautismo. Gli ideali della destra sociale, e la cultura di governo dell’almirantismo».

Immaginava la sua vittoria al congresso di Viterbo?

«Ecco cos’è il carisma. Ricordo che lei era sicura di vincere: non mi facevo domande. Finì 225 a 210».

Ricordava che lo scrutatore per i rautiani doc era Andrea Delmastro?

«Nooo… Peró vedendolo al governo l’ho sfottuto: “Ti rendi conto che se vincevate voi non c’era nulla e facevi ancora l’avvocato a Biella?”.

Politicamente arguta. Altro souvenir meloniano?

«Sempre con la sua Mini. Per parlarci dovevi infilarti ci dentro».

Momento di svolta?

«Ero sindaco il giorno del terremoto. La chiamo. Non capivo neanche cosa dicevo, urlavo, ero in lacrime… un altro mi avrebbe compianto».

E lei?

«Mi diede uno scossone: “Pierluí, stai troppo agitato. Tranquillizzati, adesso ci penso io”».

E cosa voleva dire?

«Che ero fuso. Aveva ragione. La mattina: “Sto qui fuori”. Era già ministro, ma era venuta con la Mini, ovviamente guidando lei. Girammo per le tendopoli, abbraccio mille persone. Un ricordo collettivo drammatico, ma umanamente folgorante: per me lei è quella».

Nessuno può dimenticare quelle tendopoli.

«Pensa che la mia era gestita dall’Emilia Romagna. Una vita a destra, poi ti salvano i comunisti. Siamo rimasti amici, sa?».

Ci credo. Ma a proposito di destra. Lei non entra nel Pdl, e si ritrova in zona Casapound.

«Nel 2008 non aderisco al Pdl. Perché non mi sentivo a casa mia».

Era attratto dalle tartarughe?

«Non sono mai stato un militante. Ma non mi nascondo, perché non ho nulla di cui vergognarmi: ho dato aiuti economici per finanziare la sede, ho partecipato ai loro convegni. È stato un rapporto importante, non lo rinnego. E poi in Fratelli d’Italia. Con entusiasmo: ero di nuovo a casa mia».

Prime elezioni: 1.96%. Nove eletti alla Camera, nessuno al Senato.

«Vede, noi della cosiddetta “generazione Atreju” ci siamo buttati in quella battaglia senza nessun calcolo di convenienza. Io ricordo di aver festeggiato quel 2% nel 2013 poi del 26% del 2022».

La Meloni sì è candidata in Abruzzo.

«Ah ah ah: ricordo un solo messaggio, minaccioso: “Ringrazio per il collegio dell’Aquila. Ma se me fai perde so’ affari tua…”».

Era ironico, su. La prima elezione a sindaco?

«Per 12 voti su 360 votanti. L’avversario, Gaspare Tomei, era un comunista serio. Ora non c’è più».

Secondo mandato?

«Con 250 voti, era il 75%».

E come nacque la candidatura del 2017?

«Eravamo ancora “piccoli” potere contrattuale nella coalizione zero. Giorgia mi dice. Devo andare da Berlusconi, “Portiamo te come primo nome”».

E come ci riuscì?

«Fa pace con Berlusconi. Lui le fa girare tutto il parco, le mostra tutti i fiori...».

E poi lei torna sulla candidatura dell’Aquila.

«Esatto. Berlusconi la guarda, un po’ stupito e fa: “Prendetevela!”. Poi sorride: Tanto lì si perde”».

Non era vero.

«Oh, sì. Tant’è vero che all’ultimo Atreju ho indossato il cappellino: “Nati per ribaltare i pronostici”».

E lo slogan?

«Il granello che inceppa il meccanismo».

Molto fascio-Futurista.

«Mannó: distribuivo dei Lego con scritto “Biondi”».

Altro?

«Le palline antistress a Paganica e Coppito».

Perché la sinistra perde?

«Oltre il fatto che sono stato bravo? Era diventata troppo attenta al potere. Al primo turno finimmo 35% a 47%, ero sotto. Ma vinsi con il 53%».

Dove era il 25 giugno 2017?

«A Santo Spirito di Ocre. Di Benedetto era certo di vincere. I nostri di perdere. Mi chiamano: “Oh, qui al comitato non c’è nessuno”».

E poi?

«A Porta a Porta c’è Brunetta. Gli danno dei fogli con i sondaggi. Vedo che scrive a qualcuno sul cellulare e... l’sms arriva a me: “Hai vinto tu”. Sembrava un film di Zalone».

E poi?

«Vado in piazza e c’è una marea di gente».

Dice la sinistra che lei è stato bravissimo con le clientele.

«Quali? L’ex vicepresidente del teatro comunale, Rita Centofanti, è di sinistra. Salvo Provenzano, fratello di Peppe, ministro del Pd, l’ho scelto per l’Ufficio speciale della ricostruzione: e ho fatto bene, perché è bravo! Non guardo la targa, ma le competenze. Dà fastidio che abbia scelto anche dei competenti di destra».

Però è vero che voi fratelli d’Abruzzo vi siete commessi alla classe dirigente ex democristiana più di Forza Italia.

«Le racconto un aneddoto dell’ex sindaco democristiano di Villa Sant’Angelo?».

Certo.

«Chiese un appuntamento a Gaspari. Quello guarda un foglio da un calcolo a mente e gli dice: “Dunque: Avete 480 abitanti... 52% di voti… “Ti daremo 90 milioni. Alla prossima”».

E come finì?

«Il sindaco tornò a casa pensando di essere stato preso in giro. Invece ebbe proprio 90 milioni».

Aneddoto sublime, ma come lo interpreta?

«Il legame con il territorio non è poesia: sono soldi, risorse, infrastrutture. E scelte».

E quindi?

«Il vento delle passioni passa. Il governo è un’altra cosa».

Quindi bene le clientele?

«Bene decidere, scegliere: con la differenza che se lo fa uno di destra viene considerato un attentato all’ordine pubblico».

Ci prende sugli uomini?

«Sono epidermico, giudico a pelle. Nel 95% dei casi la mia sensazione si conferma».

Sarebbe andato questo 7 gennaio al “presente” per la strage di Acca Larenzia?

«Ho partecipato a tanti “presente”, con persone diversissime da me. Commemorano dei ragazzi morti, non mi pare che attentino a nulla».

E si direbbe anti-fascista, come il vostro ex maestro Fabio Rampelli?

«No. Ho giurato fedeltà alla Costituzione, con tutto quello che comporta. Togliatti ha fatto l’amnistia nel 1948!».

Perché bisognava superare l’odio, anche tra chi si era combattuto.

«Infatti preferisco la coerenza, anche a sinistra, rispetto a quelli che per convenienza cambiano idea in continuazione».

Ma lei ha giurato sulla Costituzione scritta dagli antifascisti.

«Certo, ma non mi considero anti-nulla. Al massimo anti-juventino».

Bene. Parliamo del suo futuro politico,

«Farò il sindaco dell’Aquila fino al 2027».

E poi?

«La politica è la mia vita. Farò quello che serve. E se non servo torno al mio lavoro».

Quale?

«Sono dipendente del comune di Ocre».

Concorso truccato?

«Non scherzi. Culo, semmai: la prima domanda estratta, all’orale fu: “Quali sono le competenze del sindaco”. Io lo ero già!».

Torniamo a bomba, e provo a tradurre: dopo la sindacatura si candida alle Politiche. E non esclude poi di candidarsi alla Regione.

«Tre anni in politica sono un’era geologica. E non ci si candida mai da soli. Decideranno Nostro Signore e Nostra Signora».

Ho capito chi è il Signore. La signora chi sarebbe?

«Il suo nome è Giorgia».

E se la Signora decidesse che Biondi non serve più?

(ride) «Allora mi trova ad Ocre».

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