Lo spopolamento avanza: persi oltre 2.100 abitanti

Ecco i dati in provincia: penalizzati Alto Sangro e Valle Peligna. Allarme della Cgil: «Sono soprattutto le scuole a soffrire con tagli costanti e chiusure graduali»
SULMONA. L’Abruzzo interno si spopola e a rimetterci è chi resta. L'Istat ha rilevato che al 31 dicembre 2020 c’è stata una perdita netta di residenti pari a 2.153 cittadini e cittadine rispetto all’inizio dell’anno. Questo dato, comparato a quello certificato del 31 dicembre 2008, rivela una perdita di residenti pari a 12.887 cittadini e cittadine.
Solo nel 2020 hanno lasciato la provincia 298 donne e 256 uomini. Interi paesini si sono svuotati e a farne le spese è chi invece resiste e continua a scegliere di vivere nelle piccole realtà abruzzesi dove i servizi, però, iniziano a scarseggiare. La Valle Peligna e l’Alto Sangro sono due zone fortemente colpite da questo fenomeno che sta mettendo a rischio, tra le altre cose, l’esistenza di molte scuole. A denunciarlo nei giorni scorsi è stata la segretaria generale Flc - Cgil dell’Aquila, Miriam Del Biondo.
«Come ogni anno, alla lettura delle dotazioni di organico del personale scolastico, non possiamo che constatare la costante perdita di alunni e alunne nelle scuole delle nostre aree interne», ha precisato Del Biondo, «la perdita demografica nelle aree interne, soprattutto in alcune come per esempio quelle concentrate tra Valle Peligna e Alto Sangro, comporta costanti contrazioni di organico e possibilità molto realistica di chiusure graduali delle piccole strutture delle realtà più interne, dove, come più volte affermato, la scuola rappresenta l’unico presidio di socialità e di stimolo culturale. Nonostante gli organici siano stati confermati per l’anno scolastico 2020-2021, grazie all’intervento sindacale, l’inadeguatezza dei numeri delle nostre aree interne rispetto ai parametri nazionali è sempre più evidente». I numeri sulla carta si trasformano in persone e in nuove problematiche per le famiglie delle tante realtà del territorio che devono fare i conti non solo con attività chiuse, ma anche con i tagli ai servizi.
«Vi sono due ordini di problemi», ha continuato la segretaria della Flc-Cgil, «da una parte la necessità ormai stringente che si rivedano i parametri nazionali per la formazione delle classi e delle sezioni non adeguati ai territori in sofferenza come il nostro, dall’altra parte non possiamo non prendere atto che l’emorragia di popolazione delle nostre aree interne sembra irrefrenabile».
Una comunità dove la scuola chiude i battenti è una comunità che non può guardare al futuro con serenità. Per questo dalla Cgil si è alzato un grido d’allarme verso il Governo che deve rivedere i parametri per l’esistenza delle scuole nei piccoli comuni senza vincolarle ai numeri delle iscrizioni.
Secondo il segretario generale della Camera del lavoro dell’Aquila, Francesco Marrelli, a fare le spese di «questa tendenza sono le aree montane più marginali e svantaggiate, quelle che continuano a vivere una mancanza di servizi essenziali, quali il trasporto pubblico, la continua restrizione dei servizi sanitari, la difficoltà per l’accesso alla scuola, i continui disagi per i servizi postali e bancari. La crisi pandemica che sta comportando una ulteriore contrazione delle opportunità di lavoro rischia di accentuare la tendenza allo spopolamento. È necessario», ha concluso il segretario della Cgil Marrelli, «un immediato cambiamento nella capacità di programmazione, servono alleanze tra i soggetti istituzionali di vari livelli e le parti sociali, affinché si possa rilanciare un vero e proprio piano per il lavoro, superando le diffuse disuguaglianze tra lavoratrici e lavoratori e riconsegnando certezza alle forme di occupazione e alle tipologie contrattuali».
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